Du iu spic inglisc?
Un recente dialogo sulle lingue parlate mi ha riportato alla mente alcuni episodi accaduti l’estate scorsa, durante il mio soggiorno negli Stati Uniti e per la precisione tra le città di New York e Washington. Nonostante quella che ho sempre pensato esser una buona conoscenza dell’inglese parlato, l’impatto con dialetti locali, afroamericani e ispanici in particolare, non è stato propriamente facile.
Indimenticabile è stato il mio primo approccio con la lingua locale: fermato durante il check-in al J.F.K. di New York causa controlli (penso che ogni tanto fermino a campione, dato che le altre persone con cui viaggiavo hanno passato passato le verifiche senza problemi) venni interrogato circa la natura del mio viaggio e del mio bagaglio prima da un medio-orientale, il cui americano era comprensibilissimo, e quindi da un afroamericano, le cui parole furono per me equivalenti all’aramaico antico(!?).
La semplice domanda che questo personaggio mi pose fu: “trasporta cibo con sé”? Il punto è che la parola “food” venne esclamata con una pronuncia che potrei trascrivere con “foo” (pronunciato così come l’ho scritto, con una “o” prolungata). La frase suonò in questo modo: “do you carry any foo?”. Intimorito dai controlli, e sicuramente desideroso di non rispondere a casaccio incorrendo in possibili guai, rimasi bloccato chiedendo al mio interlocutore di ripetersi. Alla terza ripetizione, mentre cercavo di immaginare cosa potesse volermi dire, esclamai (con la pronuncia corretta in “u”): “do you mean, food?”. La risposta del poliziotto afroamericano fu questa volta un chiarissimo “sì”, con tanto di occhi spalancati come a chiedersi come mai mi fosse sfuggito prima il legame tra le due parole.
A ripensarci oggi sembra tutto molto assurdo, ma in quel momento (e in quel particolare contesto) anche una tale ovvietà è stata in grado di mettermi sulla difensiva. Ci sarebbero comunque molto altri esempi da fare, sempre tratti dall’esperienze americana, soprattutto con personaggi di natura ispanica (di cui uno, nemmeno tanto sobrio, incontrato nella metropolitana newyorkese), ma anche con una simpatica guida turistica texana dalla cadenza pari a una nenia, in grado di far assopire persino alcuni turisti locali.




Sull’implementazione di sistemi automatizzati di traduzione e sulla ricerca ad essi applicata ho già avuto modo di scrivere in passato (vedere 



