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Blog di Marco “CavaliereOmbra” Macciò
Fondatore e Traduttore Game Italian Translation

Al fine di rispettarne i principi una traduzione amatoriale deve essere usufruibile, ovvero non deve richiedere passi complessi da eseguire per farne uso - Manifesto traduttivo amatoriale
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Rendevouz col Diario

Luglio 15, 2009 - 2 risposte

Un altro ciclo della mia vita lavorativa si sta per chiudere, e con esso mi trovo nuovamente a pensare al Diario, alla calma piatta che lo ha contraddistinto negli ultimi concitati mesi e al desiderio di tornare ancora una volta a redigere pensieri più o meno fugaci su questo spazio. Molte sono state le attività che mi hanno visto impegnato durante la prolungata assenza: il lavoro stesso (che mi ha portato ad affrontare questioni prima nemmeno considerate), la subacquea (passione che sta crescendo grazie ai Black Shark di cui sono fiero membro) e in generale la vita, più una piccola “attività” nata proprio per scherzo.

Non la traduzione, però. Questa è stata da me accantonata con la quasi scomparsa disponibilità di tempo da dedicare ai videogiochi e di conseguenza alla loro localizzazione. E’ un dispiacere doverlo ammettere, ma per quanto mi riguarda il capitolo Game Italian Translation è proprio chiuso, e non saprei proprio dire né se riaprirà, né se ha già cessato del tutto le sue attività. Ciò nondimeno mi vien spontaneo pensare che questo capitolo si sia chiuso.

Il prossimo periodo comporterà dunque ancora una volta un cambiamento di abitudini e forse persino anche di luoghi. Un possibile trasferimento in quel di Trieste potrebbe infatti divenire realtà in un futuro non troppo remoto, sebbene ancora in divenire. Per ora mi limito a tornare qui e a dedicare qualche minuto a me stesso e al Diario.

I Black Shark

Luglio 10, 2009 - Nessuna risposta

O, perlomeno, alcuni di essi. Lì in mezzo ci sono anche io!

La foto è stata scattata lo scorso 14 giugno, presso l’area marina protetta di Portofino. A seguito di questa foto ci sono state due immersione, svoltesi presso l’Altare e il Cristo degli abissi (San Fruttuoso).

Black Shark - 14 giugno 2009 - AMP Portofino

Altre foto sono disponibili presso il sito dei Black Shark.

Black Shark “Novara”

Giugno 2, 2009 - Nessuna risposta

Black Shark NovaraDopo una gestazione piuttosto travagliata, da ieri è finalmente online e disponibile per tutti il nuovo sito dei Black Shark, associazione subacquea di Novara della quale ho il piacere di far parte dall’inverno del 2004, quando conseguì il mio primo brevetto PADI (Open Water Diver). Diverse volte in passato ho accennato alla mia passione per le immersioni e le emozioni che il blu del mare riesce a comunicarmi con tanta chiarezza; recentemente questa passione si sta concretizzando anche nella crescita di un gruppo finalmente coeso e con un obiettivo comune, ovvero far conoscere la subacquea anche a persone esterne a questo mondo e, ovviamente, poter condividere tutto ciò con altri individui.

Il sito presenta diversi contenuti sui quali si è speso un po’ di tempo: chi siamo, cosa facciamo, dove ci troviamo, come contattarci… sono tutti aspetti di un design che ha lo scopo di comunicare chiaramente (senza grafiche dispersive e poco chiare) la natura dei Black Shark. Carattere scuro su fondo chiaro, dunque, unito a chiari richiami alla subacquea, ma senza dover forzatamente appesantire la grafica con sfondi marinareschi o impegnativi. Altresì non mancano foto e filmati, che raccolgano un po’ di quei momenti che spesso condividiamo, congiuntamente a un calendario e una bacheca che permettano ai soci (e non solo) di poter comunicare in maniera più diretta e semplice.

Tratto dal sito, ecco il filmato della mia ultima immersione, in compagnia di altri due subacquei, Gianfranco e Stefano.

De equus et regnum

Maggio 11, 2009 - Nessuna risposta

Mount & Blade è il tipico titolo che non ci si attende e che stupisce (in bene e in male). L’approccio iniziale è di per sé già ambivalente: se prima infatti si osservano gli screenshot disponibili in rete si vede un titolo dalla grafica interessante, sebbene non di qualità particolarmente alta secondo gli standard odierni, ma soprattutto si intravede un gameplay “medioevaleggiante” che nel mondo dei videogiochi, in quanto legato ad aspetti storici (e dunque non fantasy), non è così comune. Se poi si prova la demo, del tutto identica al gioco completo se non per il fatto di avere un numero massimo di giorni giocabili, si vede un titolo che pare non avere gameplay.

Al primo avvio il giocatore si trova infatti da solo, in mezzo a un mondo di cui non sa nulla e con la sola opzione di andare da qualche parte. Dove? Non si sa, perché di fatto manca una qualsivoglia parvenza di storia o di background (a parte la scelta del proprio profilo di personaggio, che però avrà ripercussioni solo in fase avanzate di gioco, e solo in alcuni aspetti). Vien insomma naturale chiedersi: è ora?

Vicino a sé ci sono delle città, dunque non resta che visitarle e vedere cosa riserva il gioco. Fatto ingresso in una di esse il giocatore non può però che perdurare nel suo essere spaesato. Poche opzioni sono infatti a sua disposizione: si possono acquistare armi o altri beni, far visita al reggente della città, visitare l’arena dove eventualmente combattere (azione sconsigliata all’inizio del gioco) e infine entrare nella taverna. Tutto questo, tra l’altro, solo in alcune città, mentre nella maggior parte non resterà che far visita al reggente.

De equus et regnum

A causa della scarsa interattività, il giocatore può cercare conforto nelle quest assegnabili dagli NPC, ma anche qui può restare deluso. La loro natura è infatti piuttosto banale e generalmente caratterizzate da una scarsa variabilità (capiterà spesso di ricevere le stesse identiche richieste). Anche i combattimenti non riescono a far risollevare le sorti globali, dato che la debolezza iniziale del proprio personaggio rende ogni scontro una fuga.

Stando dunque alle prime impressioni una valutazione pare che non possa essere che negativa, ma è proseguendo che si scopre la vera anima di Mount & Blade. Acquisendo infatti potere e soldi diventa infatti possibile crearsi una prima piccola armata, giusto una manciata di uomini, dal basso costo, che ci affianchi nei combattimenti, dandoci una mano verso quei gruppi di nemici che prima andavano rifuggiti senza indugio. E’ in questo momento che il giocatore inizia a studiare il campo di battaglia, a iniziare a pensare non solo a menare fendenti (azione divertentissima, di per sé, a causa di animazioni ben studiate e un’interazione che altri giochi dovrebbero imitare), ma anche a come confrontarsi nella maniera più ideale i propri nemici. Appostare su un’altura i propri arcieri mandando avanti i cavalieri e tenendo nelle retrovie i fanti, oppure mandare avanti quest’ultimi travolgendo dai fianchi le armate avversarie con i cavalli… sono tutti volti di approcci differenti che si possono pianificare in pochi secondi attraverso semplici comandi.

I reami ove è ambientato Mount & Blade sono fittizi, e rappresentano un po’ gli stereotipi del medioevale: c’è il reame nordico che richiama gli antichi vichinghi, quello nel deserto, quello dove i cavalieri sono più forti o dove i fanti sono la principale difesa. Ciascuno di essi ha insomma delle differenze tali da renderli in qualche modo unici. Il destino del giocatore, in quanto mercenario errante, è quello di unirsi a uno di essi, diventandone vassallo e quindi reggente di uno o più agglomerati. E qui si scopre l’altro volto di Mount & Blade.

Assediare castelli, difendersi i proprio o quelli dei propri alleati da a quelli altrui, sono momenti in cui si respirano sensazioni che ben pochi altri giochi hanno saputo comunicare in tal modo. Il tutto con centinaia di uomini a schermo, dato che il gioco permette di non risparmiare affatto da questo punto di vista (anche se aumentando il numero di essi sale la richiesta in termini di hardware).

Mount & Blade è in altre parole una “sandbox”, una scatola ovvero dove il gioco non è creato dagli autori dello stesso: essi si limitano infatti a porre tutto al suo posto e basta, e spetta dunque al giocatore creare quel gioco che altrimenti non può esistere, lo stesso che (essendo assente per diversi motivi) delude nel primo approccio. Sentirsi però parte di un reame, viverne le conquiste e le sconfitte, affrontare campi di battaglia di centinaia di uomini, assediare castelli unendo le proprie armate a quelle alleate, il tutto con la massima libertà di scelta… è qualcosa che una volta definitosi apre un panorama che difficilmente si fa dimenticare.

Non mancano comunque difetti, approccio lento a parte: maggior profondità poteva essere data anche nelle fasi avanzate, definendo una sandbox più ampia e con maggior interattività nelle città o nei confronti degli altri reami dal punto di vista diplomatico (del tutto assente). Per fortuna incontro al giocatore vengono diversi mod creati dagli utenti, i quali nel tempo hanno espanso questi contenuti dando nuova linfa al progetto iniziale. Resta comunque intatto il desiderio di vedere qualcosa di ancor più “vivo”, magari per futuri episodi.

Termino con un pezzo tratto da una partita.

De equus et regnum (2)

Mi dirigo insieme al mio esercito, 21 uomini tra cavalieri e fanti, verso una città di un reame neutrale a fianco del mio per partecipare a un torneo come tanti, quando vedo un messaggio che mi avvisa che un castello alleato, il quale solo poche giornate prima avevo contribuito a conquistare, è sotto assedio. Decido di non perdermi il torneo, e il suo ricco trofeo, ma una volta conclusosi sprono i cavalli per arrivare nei pressi di Ribeyet prima della battaglia decisiva.

Giunto lì trovo diverse armate nemiche swadiane disposte intorno alla fortezza alleata, ma approfittando del tramonto riesco ad aggirarle e a entrare nel castello, dove decido di stabilirmi insieme alle poche unità già presenti in attesa dell’attacco. Trascorrono solo alcune ore e di notte il nemico attacca… con il doppio degli uomini a mia disposizione dato che sono l’unico lord a difesa del castello. La pioggia di frecce che inizialmente gli arcieri nemici scagliano sui torrioni fanno presto posto alle scale, e dunque all’assalto frontale ove non vi è spazio se non per una furiosa battaglia.

Dopo un combattimento senza quartiere (dove non perdo nessuno dei miei uomini, ma purtroppo svariati di quelli che erano in stazione nel castello), io e miei uomini ricacciamo i nemici dalle mura. Fuori è ancora buio e le armate nemiche, ora ridotte di numero, restano comunque accampate nei pressi, probabilmente in attesa di recuperare le forze per tentare un ulteriore assalto.

Non appena albeggia vedo avvicinarsi due lord amici con i relativi eserciti, probabilmente richiamati anche loro dall’assedio, i quali senza perdere tempo si lanciano all’attacco dei nemici accampati a fianco del castello, disperdendo del tutto le unità rimaste. Non essendo più Ribeyet in pericolo, lascio il castello nelle mani dei soldati che vi stanziavano e con i miei uomini mi lancio all’inseguimento dei nemici in fuga.

Al termine di due combattimenti svoltosi in campo aperto, questa volta in netta superiorità, uno dei lord nemici che aveva tentato di conquistare Ribeyet diventa mio prigioniero, mentre un altro cade nelle mani di un alleato. Un terzo riesce invece a fuggire.

L’armata swadiana non solo non ha conquistato il castello, ma ha persino subito una dura sconfitta.

Client satisfaction

Maggio 7, 2009 - Nessuna risposta

Cosa si deve, ma soprattutto non si deve, fare per soddisfare il proprio cliente? Questa domanda è talmente generica che si può ritagliare su quasi ogni tipo di lavoro: che il cliente sia una società, un privato cittadino o una realtà più globale (un generico “utente”), il cliente rappresenta colui che usufruirà del proprio operato, e che dunque in quanto tale pone in evidenza le sue esigenze. Come si sia giunti a un prodotto di un tipo piuttosto che un altro è (spesso giustamente) qualcosa che elude del tutto dalla sfera dei suoi interessi, i quali restano dunque concentrati sulla qualità, magari rapportata al prezzo.

Sin qui tutto abbastanza generico e apparentemente scontato, ma è davvero sempre così semplice raggiungere un sufficiente livello di “client satisfaction”? Con una punta di rammarico verso quelle che sono le mie aspettative circa la qualità che un buon lavoro debba possedere (e che io vorrei possieda), sia in ambito traduttivo quanto in ambito programmativo le mie esperienze mi hanno portato a concludere che spesso il modo migliore per soddisfare la visione di un cliente consiste nell’attenersi strettamente alle sue richieste, eludendo tutto ciò che (seppur inconsapevolmente) potrebbe portare ad esso giovamenti di differenti livelli o addirittura esiti migliori. Nel caso specifico mi riferisco ai lavori su commissione.

In situazioni simili scopo di un professionista dovrebbe essere quello di guidare il cliente verso un risultato che, conciliando costi e tempi, possa essere il migliore, dando così soddisfazione a entrambi. Poter ammirare il buon esito delle proprie fatiche è infatti oltre che un pregio anche un valore aggiunto, sia per il cliente che ottiene un prodotto completo e ben strutturato, sia per chi lo ha curato. Naturalmente tutto ciò implica anche un pizzico di egoismo da parte del professionista, il quale così comportandosi non cerca solamente di raggiungere la soddisfazione del cliente, bensì anche la propria attraverso la prima.

A livello strettamente personale non posso negare di trovarmi nella situazione soprastante, soprattutto su progetti di dimensioni corpose dove mi piacerebbe poter trovare situazioni ove, non senza impegno, poter mettere in atto quelle che sono le mie conoscenze e capacità. A distanza di qualche anno condotto in tal modo devo però vedermi costretto a cambiare mentalità, e ridurre il mio ego fino a produrre risultati ben lontani da qualsiasi aspettativa di qualità o di completezza. Lavorare male, giungere a esiti di cui non si pronuncerebbe nemmeno il nome (e che certamente non si citerebbe in un curriculum vitae), sta diventando da un certo periodo a questa parte la norma. Soddisfare il cliente, anche se ciò che esso desidera è in netto contrasto pur con una parvenza di soddisfacimento. Soddisfarlo e basta.

Mi sorge un paragone in mente… ma non è il caso di condividerlo qui sul Diario.

Stammi lontano, per favore

Aprile 10, 2009 - Nessuna risposta

Campagna Boaday

Stammi lontano (1)

Campagna Microavventure

Stammi lontano (2)

Campagna provincia di Bergamo e FIPSAS Bergamo

Stammi lontano (3)

Campagna DAN Europe

Stammi lontano (4)

Monkeys at work

Marzo 27, 2009 - Nessuna risposta

E’ trascorso diverso tempo dal mio ultimo post sul Diario; molti sono stati gli impegni (ma a questo vi sono ormai abituato), diversi gli episodi che mi hanno fatto riflettere su concetti che pur essendo noti non erano ancora tangibili, e dunque reali.

Ecco come mi sento ormai da un po’ di tempo a questa parte (ovviamente espresso con una vignetta del sempre geniale Dilbert).

Monkeys at work

I recommend replacing your brain with a monkey brain.

Qualcosa deve cambiare. Di sicuro ho diversi argomenti di cui vorrei tornare a “discutere” (o, più semplicemente, sui quali sfogarmi) su questo spazio.

L’annosa questione della pirateria

Febbraio 1, 2009 - 2 risposte

La pirateria… eterna questione in campo mediatico. I forum di videogiochi, ma non solo, si accendono spesso sulla questione dividendo gli utenti tra favorevoli e contrari, chi sostiene che usufruire del lavoro altrui senza retribuirlo sia giusto e chi invece cerca di difendere questo lavoro riconoscendogli una giusta retribuzione. Ma, un attimo… favorevoli?

Ebbene sì. Sebbene la pirateria sia un reato, la questione non è ormai più percepita come qualcosa che non si dovrebbe fare, ma che ugualmente si pratica in privato, ma anzi come qualcosa da sbandierare, di cui vantarsi con gli amici o di cui farne una questione anche ben più “altisonante”. Esiste addirittura un movimento di Fronte di Liberazione Intellettuale (già il titolo fa comprendere molto sulla natura di questa iniziativa) che cerca di incitare all’uso di materiale pirata. Il tutto steso da un professore universitario, tale Renzo Davoli dell’università di Bologna, che probabilmente non ha compreso il significato di ruolo educativo e che, al pari di molti altri docenti appartenenti a quel campo, molto probabilmente non ha mai assistito a un vero processo di sviluppo software.

Se il signor Davoli sapesse ciò, probabilmente analizzerebbe la questione in termini anche di costi: gestione del personale, costi strutturali, ecc… che ogni azienda ha nel momento in cui vuole produrre un bene. Compreso un software.
Questa però sarebbe solo una base da cui partire. Ah già, l’open-source… esiste ancora chi crede che lo sviluppo software potrebbe passare interamente da lì. In effetti ha senso che una tale visione appartenga proprio a chi tale campo non lo conosce davvero (pur insegnandolo).

L’annosa questione della pirateria

Al caro Davoli risponderei con una questione: liberalizzazione del software? D’accordo, allora anche liberalizzazione dell’insegnamento, ovvero se tu pretendi che io lavori gratis per la gloria (e che mi alimenti con essa) allora devi farlo anche tu. Chissà perché, ma ho come il sentore che il suddetto docente al suo stipendio non rinuncerebbe mai, anzi. C’era una volta un comico savonese che diceva “sono tutti finocchi col culo degli altri“… aveva ragione da vendere, pur con l’ilarità con cui presentava la frase.

Iniziative come questa non sono uniche, e sfogliando alcuni siti si scopre persino che la maggior parte non solo pratica la pirateria, ma addirittura sostiene che sia giusta e che i videogiochi (restando in questa materia) andrebbero non venduti, ma distribuiti gratuitamente. Ovviamente queste persone non hanno mai provato a scriverne uno e nemmeno saprebbero da dove partire, né sanno cosa vi stia dietro. Beata innocenza, verrebbe da dire.

Fortunatamente anche nel nostro paese, ove la convenienza personale ha spesso la meglio sui propri doveri (e qui si potrebbe benissimo allargare il discorso a molti altri argomenti, non ultimo quello dell’evasione delle tasse), ci sarà sempre chi, onestamente, pagherà per usufruire di un bene prodotto dal lavoro altrui, sostenendo così il mercato e permettendo a quest’ultimo di continuare a esistere. Il tutto, naturalmente, nella speranza che i giovani non diano davvero peso a posizioni come quelle di Renzo Davoli.

Se oggi vi sentite tristi, c’è un perché

Gennaio 19, 2009 - Nessuna risposta

Una ricerca inglese, i cui fondi mi auguro siano stati molto più che limitati, ha stabilito a seguito di chissà quali “complessi ragionamenti” che oggi, lunedì 19, è la giornata più triste dell’anno.

Se stamattina non siete riusciti ad alzarvi dal letto e magari avete telefonato al lavoro spiegando che stavate poco bene, siete in buona compagnia, e perfino giustificati: una ricerca inglese stabilisce che oggi, 19 gennaio, è il giorno peggiore dell’anno, il più deprimente, per una micidiale combinazione di feste ormai archiviate (e passate senza costrutto) e risoluzioni per l’anno nuovo già infrante. “Si potrebbe chiamare Lunedì Grigio - spiega il dottor Cliff Arnall, psicologo - per quanto attiene al tono dell’umore”. Il bioritmo negativo, però, può e deve essere contrastato, spiega lo specialista: “Pensate alle cose belle della vita, chiamate le persone care e dite loro quanto sono importanti, cercate di stare allegri, ascoltate musica e magari invitate gli amici a cena”. - Oggi “tristezza day”, un lunedì grigio per l’umore, la Repubblica.it

Evidentemente non c’è limite allo spreco dei soldi, ma in questo particolare frangente purtroppo devo dire che è davvero una giornata molto triste.

L’affetto di due fratellini

Gennaio 19, 2009 - Nessuna risposta

Si è conclusa un’era, quella di due piccoli fratellini che, sin da appena svezzati, hanno trascorso le giornate al fianco di una famiglia che ha voluto loro bene, e verso la quale loro hanno ricambiato l’affetto ricevuto nella maniera più pura possibile. Birba e ora anche Rambo, non ci sono più.

L’affetto di due fratellini (1)L’affetto di due fratellini (2)

L’affetto di due fratellini (3)L’affetto di due fratellini (4)

A entrambe queste due meravigliose creature dedico una sezione fotografica del mio ancora “scarno” DiarioArt. Sicuramente aggiungerò ulteriori foto nei giorni a seguire.

Ciao Rambo, ciao Birba.

Aggiornamento 25/01/2009: in virtù di una coincidenza abbastanza incredibile, Rambo è tornato a casa nella sera di ieri, sabato 24. Grazie a un fortuito ritrovamento, e un recupero rocambolesco al buio contraddistinto da una trappola che ha ingannato il gatto sbagliato e un campo su cui si affaccia una tubatura in cemento armato, abbiamo potuto riportare il nostro piccolino a casa. Unica vittima, un cappotto che ci ha rimesso una manica.

Tutto è bene quel che finisce bene, anche se non l’avrei mai ritenuto possibile; la natura animale di Rambo per fortuna si è risvegliata nel momento giusto e gli ha permesso di trovare un rifugio ove trascorrere le notti e un campo ove poter cacciare uccellini e altri piccoli animali!