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OK, questa volta ho finito

OK, questa volta ho finitoQuante volte ho esclamato dentro di me questa frase? In pratica ogni volta che ho preparato un pacchetto di DtPad da distribuire. Eppure è dal gennaio 2009 che mi ritrovo a programmarlo, a farlo sviluppare con nuove funzionalità e miglioramenti in quelle già esistenti, seppur sempre a tempo perso. Ogni velleità è proprio da scordarsi.

E’ eccezionale veder crescere un’idea nella mente; da un seme di natura indefinita (quasi un tentativo di dimostrare a noi stessi che volendo fare qualcosa di diverso dal solito avremmo capacità, ma soprattutto volontà) se ne riesce a trarre un intero albero con tanto di radici, rami, foglie e forse persino frutti. Il “difetto” di questo meccanismo però esiste e risiede in una sfrenata e non del tutto controllabile voglia di crescere dell’albero, anche qualora sembri che non vi sia più spazio per aggiungere nuove diramazioni. La natura sa adattarsi a ogni situazione, e così la creatività.

Le continue evoluzioni di DtPad (a tal proposito, nemmeno la 2.4 appena rilasciata limiterà la mia fantasia e infatti ho già in cantiere alcune modifiche) sono però solo un esempio. Un altro sono state le traduzioni del G.I.T.: man mano che le rileggevo non faticavo a individuare modi migliori per rappresentare quel concetto, quella frase, approcci che forse inizialmente avevo scartato o nemmeno considerato. Penso, anzi sono convinto, di non essere mai stato del tutto soddisfatto di un lavoro. D’altra parte, quando si può considerarlo ineluttabilmente concluso?

E’ ovvio che non sempre si può procedere in tal modo; le traduzioni ufficiali richiedevano tempi prefissati oltre i quali non si poteva (facilmente) andare oltre, quindi un risultato accettabile lo si doveva conseguire senza sentirsi eccessivamente insoddisfatti. Le traduzioni amatoriali, d’altra parte, hanno sempre permesso di sfogare il proprio istinto in virtù di scadenze mai stabilite. Tra parentesi, tutto ciò ha sempre rappresentato sia un pregio, sia un difetto: sono diverse le traduzioni nate sul web che non hanno mai visto i natali.

Google per anni è stata un manifesto di quanto ho espresso sinora: le sue beta erano quasi senza fine, a dimostrare che in fondo quei prodotti da loro implementati erano sempre in crescita, e mai da considerarsi “fatti e finiti”. Più per marketing che per convinzione, alla fine Google ha dovuto abbandonare queste diciture: il pubblico non ama sempre vedere un prodotto in fase di sviluppo e preferisce voler credere che ciò che sta usando sia talmente consolidato da essere un vero numero superiore allo 0. Non a caso la nuova strategia del versioning frenetico, ora adottato anche da Mozilla per il suo Firefox, sta dando i suoi frutti.

Io con DtPad sto in mezzo: non creo una “major version” nuova ogni giorno, perché quella la demando a grosse innovazioni, ma cerco di non limitarmi sulla “minor version”. Faccio infine diverso utilizzo da quanto indicato nelle best practices di Microsoft di “build number” e “revision”, in quanto con la prima indico eventuali piccoli aggiornamenti o bug fixing delle “minor version”, e con la seconda il framework .NET da me adottato (precedentemente tutte le versioni erano x.x.x.35, mentre ora sono x.x.x.40). Con le traduzioni ero invece solito usare solo due numeri per indicare gli aggiornamenti: il primo era relativo a release maggiori, il secondo a piccoli aggiornamenti (a esempio 1.1, 2.0).

Ogni volta che uno di quei numerini viene incrementato è come se sull’albero spuntasse un nuovo ramo, o una nuova foglia; con le traduzioni erano giunti persino i frutti, ovvero quelli dell’ufficialità che per mesi ci hanno fatto sognare (e mai smetteranno di farlo). Non si finisce davvero mai di gettare nuove radici, e quando si smette a volte si sente la nostalgia del passato. A volte però non fa male andare oltre, per non limitarsi. Comunque sia… no, anche per questa volta non ho ancora finito.

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