Volgarizzazioni comuni
Che le lingue si evolvano è sapere comune. Che lo facciano in direzioni differenti a base dei contesti sociali e razziali, anche. C’è comunque un aspetto che nel tempo non è variato molto, perlomeno alla sua base: la trasformazione verso il volgare. E’ semmai cambiato il come, il contesto, ormai del tutto liberalizzato in molti ambienti. Sentire una persona esclamare “cazzo” o una qualsiasi altra parola ritenuta una volta appartenente alla sfera del turpiloquio è ormai quasi universalmente accettato anche in ambienti formali quali quello condiviso con i propri colleghi d’ufficio, sebbene resti ancora scomodo in altri momenti legati alla rappresentanza o basati sull’immagine. Un po’ è bene che sia così, in quanto tutto ciò contribuisce a instaurare un rapporto meno costretto all’apparenza e più libero, improntato alla sincerità e dunque alla risoluzione dei problemi. Un po’ di goliardia non può far male.
La questione nasce non tanto non nel singolo ambito privato, quanto (sebbene infine ne sia conseguenza) in ambito assai più ampio: la volgarità legata a terminologie una volta ritenute degne di nota è divenuta luogo comune, al punto che non stupisce nemmeno più, proprio come il termine di cui sopra. Per essere incisivi servono dunque parole nuove, che rafforzino il senso “osceno” che si desidera raggiungere.
Come detto, però, questa evoluzione non è nuova e fa seguito a una diffusione della lingua italiana che nel lento corso degli anni ha sostituito sempre più i singoli dialetti. Rispetto ai tempi dei nostri nonni o bisnonni, ove parlare con accenti locali era d’uso comune, l’istruzione ha portato a una maggior condivisione della lingua italiana, pur mantenendo spesso intatte le tradizioni. Non è dunque raro sentire terminologie tipiche di regioni distanti usate a mezzo di intercalare: in altre parole non avete mai sentito un torinese esclamare un colorato e siciliano “minchia” come se fosse la cosa più naturale del mondo?

La volgarizzazione delle lingue, come si diceva, è un processo noto e in atto sin dai tempi del medioevo, quando si identificava la lingua parlata dal volgo, radicalmente differente dal colto e istruito latino parlato nelle corti. Non stupisce dunque che la percezione di alcuni termini sia cambiata nel corso degli anni sino a renderli accettabili al pari di molti altri. Resta ad ogni modo interessante l’articolo apparso sul Corriere della Sera in merito alla questione e ad altre similari, come l’uso leggermente decaduto della terza persona singolare (quella plurale ormai resta fregio di pochi “eletti”) per riferirsi ad altre persone.
Le conclusioni sono però personali: chi sostiene che l’osceno ha sostituito il tragico, chi fa notare che anche Dante usava termini che a quei tempi erano considerati non meglio dell’odierno turpiloquio. Alla fine sempre di evoluzione si tratta e (per chiuderla con un luogo comune, ma forse nemmeno tanto) non tutto il male vien per nuocere. L’educazione, quella sì, non dovrebbe però mutare, al di là di un’esclamazione non del tutto felice che può essere l’esito di un momento di sconforto. Ed è lì che probabilmente si cela il vero problema culturale.

