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Client satisfaction

Cosa si deve, ma soprattutto non si deve, fare per soddisfare il proprio cliente? Questa domanda è talmente generica che si può ritagliare su quasi ogni tipo di lavoro: che il cliente sia una società, un privato cittadino o una realtà più globale (un generico “utente”), il cliente rappresenta colui che usufruirà del proprio operato, e che dunque in quanto tale pone in evidenza le sue esigenze. Come si sia giunti a un prodotto di un tipo piuttosto che un altro è (spesso giustamente) qualcosa che elude del tutto dalla sfera dei suoi interessi, i quali restano dunque concentrati sulla qualità, magari rapportata al prezzo.

Sin qui tutto abbastanza generico e apparentemente scontato, ma è davvero sempre così semplice raggiungere un sufficiente livello di “client satisfaction”? Con una punta di rammarico verso quelle che sono le mie aspettative circa la qualità che un buon lavoro debba possedere (e che io vorrei possieda), sia in ambito traduttivo quanto in ambito programmativo le mie esperienze mi hanno portato a concludere che spesso il modo migliore per soddisfare la visione di un cliente consiste nell’attenersi strettamente alle sue richieste, eludendo tutto ciò che (seppur inconsapevolmente) potrebbe portare ad esso giovamenti di differenti livelli o addirittura esiti migliori. Nel caso specifico mi riferisco ai lavori su commissione.

In situazioni simili scopo di un professionista dovrebbe essere quello di guidare il cliente verso un risultato che, conciliando costi e tempi, possa essere il migliore, dando così soddisfazione a entrambi. Poter ammirare il buon esito delle proprie fatiche è infatti oltre che un pregio anche un valore aggiunto, sia per il cliente che ottiene un prodotto completo e ben strutturato, sia per chi lo ha curato. Naturalmente tutto ciò implica anche un pizzico di egoismo da parte del professionista, il quale così comportandosi non cerca solamente di raggiungere la soddisfazione del cliente, bensì anche la propria attraverso la prima.

A livello strettamente personale non posso negare di trovarmi nella situazione soprastante, soprattutto su progetti di dimensioni corpose dove mi piacerebbe poter trovare situazioni ove, non senza impegno, poter mettere in atto quelle che sono le mie conoscenze e capacità. A distanza di qualche anno condotto in tal modo devo però vedermi costretto a cambiare mentalità, e ridurre il mio ego fino a produrre risultati ben lontani da qualsiasi aspettativa di qualità o di completezza. Lavorare male, giungere a esiti di cui non si pronuncerebbe nemmeno il nome (e che certamente non si citerebbe in un curriculum vitae), sta diventando da un certo periodo a questa parte la norma. Soddisfare il cliente, anche se ciò che esso desidera è in netto contrasto pur con una parvenza di soddisfacimento. Soddisfarlo e basta.

Mi sorge un paragone in mente… ma non è il caso di condividerlo qui sul Diario.

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