L’annosa questione della pirateria
La pirateria… eterna questione in campo mediatico. I forum di videogiochi, ma non solo, si accendono spesso sulla questione dividendo gli utenti tra favorevoli e contrari, chi sostiene che usufruire del lavoro altrui senza retribuirlo sia giusto e chi invece cerca di difendere questo lavoro riconoscendogli una giusta retribuzione. Ma, un attimo… favorevoli?
Ebbene sì. Sebbene la pirateria sia un reato, la questione non è ormai più percepita come qualcosa che non si dovrebbe fare, ma che ugualmente si pratica in privato, ma anzi come qualcosa da sbandierare, di cui vantarsi con gli amici o di cui farne una questione anche ben più “altisonante”. Esiste addirittura un movimento di Fronte di Liberazione Intellettuale (già il titolo fa comprendere molto sulla natura di questa iniziativa) che cerca di incitare all’uso di materiale pirata. Il tutto steso da un professore universitario, tale Renzo Davoli dell’università di Bologna, che probabilmente non ha compreso il significato di ruolo educativo e che, al pari di molti altri docenti appartenenti a quel campo, molto probabilmente non ha mai assistito a un vero processo di sviluppo software.
Se il signor Davoli sapesse ciò, probabilmente analizzerebbe la questione in termini anche di costi: gestione del personale, costi strutturali, ecc… che ogni azienda ha nel momento in cui vuole produrre un bene. Compreso un software.
Questa però sarebbe solo una base da cui partire. Ah già, l’open-source… esiste ancora chi crede che lo sviluppo software potrebbe passare interamente da lì. In effetti ha senso che una tale visione appartenga proprio a chi tale campo non lo conosce davvero (pur insegnandolo).

Al caro Davoli risponderei con una questione: liberalizzazione del software? D’accordo, allora anche liberalizzazione dell’insegnamento, ovvero se tu pretendi che io lavori gratis per la gloria (e che mi alimenti con essa) allora devi farlo anche tu. Chissà perché, ma ho come il sentore che il suddetto docente al suo stipendio non rinuncerebbe mai, anzi. C’era una volta un comico savonese che diceva “sono tutti finocchi col culo degli altri“… aveva ragione da vendere, pur con l’ilarità con cui presentava la frase.
Iniziative come questa non sono uniche, e sfogliando alcuni siti si scopre persino che la maggior parte non solo pratica la pirateria, ma addirittura sostiene che sia giusta e che i videogiochi (restando in questa materia) andrebbero non venduti, ma distribuiti gratuitamente. Ovviamente queste persone non hanno mai provato a scriverne uno e nemmeno saprebbero da dove partire, né sanno cosa vi stia dietro. Beata innocenza, verrebbe da dire.
Fortunatamente anche nel nostro paese, ove la convenienza personale ha spesso la meglio sui propri doveri (e qui si potrebbe benissimo allargare il discorso a molti altri argomenti, non ultimo quello dell’evasione delle tasse), ci sarà sempre chi, onestamente, pagherà per usufruire di un bene prodotto dal lavoro altrui, sostenendo così il mercato e permettendo a quest’ultimo di continuare a esistere. Il tutto, naturalmente, nella speranza che i giovani non diano davvero peso a posizioni come quelle di Renzo Davoli.


Quello della pirateria è un falso problema. La pirateria non colpisce gli autori, ma gli editori i quali molto di rado investono negli autori e, anzi, lucrano sul loro lavoro.
La pirateria colpisce, poi, in particolare l’investimento di marketing sul prodotto, non la proprietà intellettuale in sé.
Il prezzo finale di un prodotto è composto, in genere, per l’80% da costi accessori. In alcuni settori (come l’abbigliamento, la griffe rappresenta il 40%, il lavoro il 5% e il resto sono costi pubblicitari e di distribuzione).
“About a Boy” raccontava bene gli eccessi del diritto d’autore: il protagonista viveva (alla grande) delle royalty di una sola canzoncina di Natale scritta dal padre quasi cinquant’anni prima.
Al professor Davoli (che non conosco) bisognerebbe chiedere, però, se sarebbe contento di vedere i suoi studenti fotocopiare a decine un suo libro magari preso in prestito dalla biblioteca.
La pirateria colpisce tutti, anche se indirettamente. Ed è proprio per il fatto che colpisce indirettamente che non ci si rende conto dell’estensione del danno.
Un CD copiato non colpisce solo il cantante/gruppo che l’ha registrato, che si vede ridotto il guadagno (e visti certi eccessi soprattutto d’oltreoceano, se ne potrebbe anche discutere), ma colpisce anche lo studio di registrazione e il tecnico dello studio di registrazione (magari pagato a progetto), che, si troverà a spasso nel caso non venisse registrato un nuovo disco a causa degli scarsi incassi.
Stesso discorso vale (circa) anche per i film. Questi poi prevedono un giro di soldi tale da creare delle situazioni quasi imbarazzanti (vedi i cachet di certi attori, che ora comunque stanno scendendo a più miti consigli, vista la brutta aria che tira).
Per i videogiochi il discorso è diverso.
I costi di sviluppo sono esorbitanti. Team di oltre un centinaio di persone lavorano per almeno 2-3 anni per creare un prodotto che, a differenza di film e musica, ha una vita piuttosto breve, e che perciò necessita di incassare e rientrare dell’investimento in tempi altrettanto brevi.
Per tornare al discorso dei contraccolpi indiretti, un gioco che vende poco (magari anche a causa della pirateria) fa sì che il produttore possa decidere di non farne un seguito, oppure di non dare altri fondi al team di sviluppo per un altro gioco. I team di sviluppo nascono e muoiono in continuazione. Oppure il produttore può decidere di non localizzare il nuovo gioco, per ridurre i costi, e in questo modo ne fanno le spese le aziende di localizzazione, i traduttori, gli studi di registrazione, i doppiatori, con un effetto domino niente male.
Parlare sempre e solo di marketing, di griffe e di royalty è piuttosto riduttivo.