Lost in translation
Ogni tanto mi capita di soffermarmi a leggere il titolo originale di un film o di un libro di cui mi accingo a usufruire, al solo scopo di curiosità personale. Recentemente mi è capitata sottomano la trilogia di “Queste materie oscure” (”His Dark Materials”) di Philip Pullman composto da “La bussola d’oro” (”Northern Lights”), “La lama sottile” (”The Subtle Knife”) e “Il cannocchiale d’ambra” (”The Amber Spyglass”). Tralasciando l’ultimo dei tre libri, mi è venuto spontaneo chiedermi per qualche motivo non si sia tradotto il primo con “Le luci del nord” (salvo poi ricordarmi il nome del film, col quale l’edizione italiana ha voluto legarsi) o come il secondo non sia rimasto “Il coltello sottile”, invece di divenire un più generico “lama”. Senza bisogno di divenire troppo tediosi, alla fin fine si tratta solo del titolo, è normale chiedersi cosa abbia spinto il traduttore a scegliere una strada piuttosto di un’altra.
Volendo proseguire per esempi, il campo cinematografico offre un campione davvero multiforme di trasformazioni più o meno sensate: la serie di Disney “Pirati dei Caraibi” è sicuramente tra quelle che ha subito un destino davvero magro. A fronte del primo film davvero malamente tradotto da “Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl” in “La maledizione della prima luna” (con tanto di sopra-titolo perso per motivi a noi ignoti), hanno fatto seguito “Pirates of the Caribbean: Dead Man’s Chest”, divenuto per noi italiani “Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma” (dove probabilmente si è preferito mantenere il termine “maledizione” per creare un legame nominativo col primo, in mancanza del sopra-titolo) e finalmente un più attinente “Pirates of the Caribbean: At the World’s End” tradotto con “Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo”.

Proseguendo si possono citare ancora molti altri nomi, tra cui “Le crociate” (”Kingdom of Heaven”… un bel “Il regno del cielo” forse non avrebbe poi stonato tanto), “La tigre e il dragone” (”Crouching Tiger, Hidden Dragon”), “Se mi lasci ti cancello” (”Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, titolo che comunque devo ammettere di non facile traduzione) o “Il mistero dei templari” (”National Treasure”) la cui mutazione è in seguito proseguita con “Il mistero delle pagine perdute” (”National Treasure: Book of Secrets”) avendo perso anche in questo caso il legame dato dal sopra-titolo che invece si sarebbe potuto mantenere con una più fedele traduzione della prima delle due pellicole.
Comprendo quei casi ove una traduzione più fedele possa portare a titoli meno comprensibili e attraenti da un punto di vista commerciale, ma alcune scelte sono davvero per me ben poco comprensibili o condivisibili: certo “L’attimo fuggente” è stupendo, ma “La società dei poeti estinti” sarebbe stato davvero inadatto per il mercato italiano? A parer mio “Le luci del nord” sarebbe stato un titolo davvero bello.


I primi due titoli che mi vengono in mente, anche perché li cito spesso, sono “Southern Comfort”, tradotto con “I guerrieri della palude silenziosa” o il mio film preferito “A New Leaf”, tradotto con “È ricca, la sposo e l’ammazzo”.
I titoli, però, li scelgono sempre, o quasi sempre, i distributori, e seguono politiche di “marketing” talvolta oscure. “Dressed to Kill”, per esempio, non perde con “Vestito per uccidere”, anche se l’originale è più ricco di significato.
Per “L’attimo fuggente”, per esempio, io avrei preferito “Carpe diem” che per gli italiani è davvero familiare, giacché “La società dei poeti estinti” richiede una conoscenza della lettura inglese che francamente mi sembra un po’ eccessivo pretendere dallo spettatore medio. Inoltre avrebbe richiamato il genere horror…