Non è un paese per professionisti
La traduzione gratuita divide ancora una volta i traduttori. Su ProZ.com ha avuto inizio in questi giorni una nuova interessante discussione circa la divisione che intercorre tra chi traduce per professione, e chi traduce per motivi differenti, quali essi siano. Certo, una distinzione sarebbe d’uopo attuarla (libertà, apertura e amatorialità sono tre facce differenti di un fenomeno sin troppo accomunato e confuso), ma l’attenzione si è posta su altro: è giusto che si dia l’impressione che la traduzione sia di tutti?
Sì e no!
Sì, perché è normale che in un mondo come il nostro, ove internet ha ulteriormente accorciato le distanze culturali dei popoli, la gente abbia a che fare con forme linguistiche differenti dalla propria e che desideri confrontarsi con altre realtà: moltissime persone ormai usano leggere ogni giorno notizie, forum o quant’altro redatto in lingue estere rispetto alla propria. Sul lavoro poi è sempre più abitudine (soprattutto per chi lavora in campi dal carattere maggiormente “internazionale”) parlare, oltre che leggere, l’inglese o altro ancora. Il conoscere le lingue non deve essere dunque prerogativa del solo traduttore, così come la conoscenza dei computer non può e non deve essere a unico appannaggio dell’informatico. Ciò non significa però che chiunque sia traduttore, o che chiunque possa improvvisarsi programmatore. Come mi è già capitato di scrivere, la chiave del successo del professionista, ciò che lo deve distinguere, non deve essere il ritenere che nessuno dovrebbe far uso del suo ambito al di fuori di lui (è persino impensabile farlo), quanto l’offrire qualcosa che altri non possono offrire, vuoi per esperienza, vuoi per vera e propria professionalità.
No, perché tradurre bene non è mestiere di chiunque, soprattutto se non lo si fa alla maniera “amatoriale” libera (e persino in parte spensierata) decantata dal manifesto traduttivo amatoriale, bensì come impegno costante al pari di chi si impone di sottotitolare film nell’arco di sole 6 ore, “lavoro” mal celato sotto le spoglie dell’amatorialità. La notizia apparsa su Repubblica pare invece manifestare una facilità estrema: sottotitolare un film? Una sciocchezza che chiunque sarebbe in grado di fare! Vien da chiedersi se la persona che ha scritto quell’articolo ha davvero fatto uso di quei sottotitoli e se abbia notato la qualità altalenante che spesso li contraddistinguono. L’immagine che comunque se ne ricava è che il ruolo del traduttore è sopravvalutato, perché tanto in fondo le lingue sono di tutti. Così come l’informatica (proseguo il paragone), che sui forum di discussione pare essere dominio di chiunque, su qualsiasi piano.
Ha ragione chi sostiene che si dovrebbe attribuire il giusto ruolo a iniziative come quella della sottotitolazione dei filmati senza dimenticare l’importanza di un’industria che non è lì per caso; al tempo stesso ha anche ragione chi sostiene su ProZ.com che non tutto dovrebbe limitarsi al mondo ufficiale, perché comunque non si può proibire alla gente di fare ciò che desidera del proprio tempo libero, che sia tradurre, che sia divertirsi a programmare o altro ancora. La sfera gratuita è diversa e separata da quella professionale: sono diverse le motivazioni, i principi e le capacità… quando ci sono, ovviamente, perché sarà vero che le traduzioni amatoriali di “Harry Potter and the Deathly Hallows” (ben due, giunte prima di quella ufficiale) non erano accurate, ma anche quelle ufficiali non sono state scevre di un buon numero di elementi discutibili (per quanto in alcuni casi poco rilevanti al fine della lettura) pur avendo goduto di un’attenzione di molto superiore.
Certo, fa pensare che il “Telefilm festival di Milano” decida di affidarsi a persone inesperte invece che di rivolgersi a dei professionisti, o che qualcuno potrebbe rivolgersi a Italiansubs per servizi che dovrebbero essere ufficiali… così come fa riflettere il fatto che ci sarà chi offrirà il suo tempo gratuitamente affinché qualcuno si arricchisca alle sue spalle (è proprio a causa di ciò che nasce la necessità del manifesto traduttivo amatoriale), ma non c’è da stupirsene troppo. Facebook ha solo messo in luce una strada che è vecchia come il mondo.

