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Sulle traduzioni amatoriali e il G.I.T.

Old Games Italia è un sito dalla molteplice natura; al contrario di ciò che si potrebbe pensare dal suo nome, non ha come unico scopo discorrere di retrogaming e dei “bei tempi che furono”, bensì cerca di analizzare il mondo videoludico da una prospettiva differente, retrogaming incluso ovviamente.

Perché ne parlo? Perché nel corso delle ultime settimane ho avuto modo di intrattenere una discussione molto interessante con una delle persone di spicco di questo sito, ovvero Roberto “Tsam” Bertoni, a proposito di traduzioni amatoriali, del Game Italian Translation e di tutto ciò che ne circonda le attività. Il tutto si è concluso con un’intervista che da ieri è possibile leggere su Old Games Italia e di cui ne riporto solo un piccolo ritaglio, e un’altra cosa… di cui però si avrà tempo di parlare più avanti.

Tsam: Pensi che localizzare i videogiochi sia importante? Personalmente ritengo che la traduzione porti alla creazione di un gioco “diverso” in quanto risulta difficile tradurre in maniera 1 a 1 il contenuto di un gioco creato, ad esempio, in inglese. Tu cosa ne pensi?

CavaliereOmbra: Penso sia impossibile tradurre “1 a 1″ qualsiasi testo, che sia o meno un videogioco. La traduzione, in quanto tale, è un processo di transizione che implica un intervento cognitivo, oltre che linguistico. Cito testualmente Umberto Eco: “la traduzione si fonda su alcuni processi di negoziazione, la negoziazione essendo un processo in base al quale, per ottenere quella cosa, si rinuncia a qualcosa d’altro”. Senza bisogno di scomodare scrittori e traduttori che nell’arco della storia hanno contribuito a costruire una definizione di cosa sia la traduzione, l’operato del traduttore è soggetto alle proprietà lessico/grammaticali nonché culturali della lingua verso cui opera, le quali possono differire anche radicalmente da quella d’origine.

Basti pensare alla famigerata “nota del traduttore”, da alcuni traduttori addirittura ritenuta come un’ammissione di fallimento nel momento in cui non può operare in nessun modo se non ponendo sé stessi sulla scena, quasi si fosse un narratore teatrale che interrompe lo svolgersi dell’azione degli attori per illustrare agli spettatori qualcosa che altrimenti sfuggirebbe loro. Il traguardo della traduzione è dunque a conti fatti quella trasparenza (quella invisibilità) che poi è la stessa che nuoce al traduttore, figura che ricopre un ruolo molto importante, pur se dovrebbe essere ignorato dai lettori (”note del traduttore” a parte). O dai giocatori, nel caso dei videogiochi.

Sulle traduzioni amatoriali e i il G.I.T.

Nulla cambia infatti nella sostanza: una buona traduzione sarà quella che non si vedrà, che l’utente finale non percepirà nemmeno, quasi che il gioco fosse stato scritto e pensato in quella stessa lingua con la quale lui ne usufruisce. Per questo secondo me una brutta traduzione sarà sempre sulla bocca di tutti (vedi Oblivion) mentre tanti buoni lavori passeranno quasi inosservati, dando vita all’erronea considerazione che generalmente le traduzioni dei videogiochi siano scadenti (questa critica sui forum la sento ripetere spesso). Il traduttore è dunque un illusionista che deve attuare la sua magia, tenendo però sempre a mente che “nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra tramutare, sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia” (cit. Dante Alighieri).

Pur considerando l’imperfezione insita nella traduzione, penso comunque che questo processo linguistico sia importantissimo al fine di rendere comprensibile un’opera a pubblico da ogni parte del mondo e di ogni lignaggio, tenendo anche particolarmente in conto il fatto che spesso l’opera originale non è nella diffusa lingua d’Albione, bensì in altre meno conosciute.

Per leggere l’intervista per intero, cliccate qui, e magari dato che ci siete fate anche un giro per Old Games Italia, dove se siete amanti dei videogiochi troverete certamente molti argomenti interessanti.

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