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Luci e ombre

L’ombra del traduttore è vasta ancor oggi, ma in essa vi è contenuta un’altra ombra, oscurità celata a sua volta in altra oscurità, ove si muove un sottostrato numeroso: esso è composto dalla traduzione amatoriale, da quella volontaria o libera, di semplici appassionati, di persone disposte a spendere il loro tempo senza richiedere qualcosa di specifico in cambio, di altri in cerca di uno sbocco professionale e molto altro ancora. Un insieme, insomma, talmente variegato, sia nelle intenzioni che negli esiti, da apparire molto discutibile e persino incerto.

Esiste da anni, ma stranamente il mondo professionistico sembra non averlo mai preso troppo in considerazione; eccezioni ci sono, qualcuno di più larghe visioni aveva preso atto delle possibili dimensioni di questo fenomeno con anticipo, ma ho come l’impressione che la social translation stia lentamente portando luce ove prima era buio, mostrando il volto di qualcosa che forse non è nei numeri e nel modus operandi come ci si attendeva (non mi riferisco solo ai post letti negli ultimi giorni, ma a un fenomeno un po’ più ampio). La mia percezione può essere errata, ma comunque persiste.

Potenzialmente nel mondo della traduzione ci si può muovere chiunque conosca più di una lingua, anche se naturalmente delle distinzioni devono essere attuate: il professionista, colui che assume il suo ruolo in quanto lavorativo e non solo a tempo perso, dovrà sempre soddisfare determinati requisiti, sia nell’utilizzo di strumenti software (a tal proposito, consiglio la lettura di questo post de “Il barbaro” che è davvero molto interessante), sia nelle conoscenze linguistiche e tecniche ove ve ne fosse richiesta.

Mentre è possibile definire (sebbene io ora l’abbia fatto in maniera decisamente sommaria e sbrigativa giusto per dare un’idea) le caratteristiche di un traduttore professionistico, molto più difficile è invece cercare di dipingere un quadro del sottostrato amatoriale/passionale/volontario/libero e quant’altro ancora. Che venga fatta luce è importante, ma come rapportarsi con qualcosa che seppur visibile si presenta ancora con contorni sfuocati? Forse l’intenzione iniziale è superiore alle capacità e conviene comprendere innanzitutto cosa distingue alcune di queste realtà, anche se per il momento questo processo dipende dalla visione della singola persona. La mia segue qui sotto e prende avvio da due casi che mi preme analizzare.

Luci e ombre

Il traduttore amatoriale è colui che decide di dedicare il suo tempo in maniera stabile alla traduzione; spesso si unisce a un gruppo, altre volte agisce in singolo, ma in generale stabilisce che vuole raggiungere un obiettivo e cerca di perseguirlo fino al completamento. L’esito di questo impegno è per me una “free translation”, concetto equiparabile al freeware, ove un programma venga distribuito liberamente pur essendo stato il risultato di un lavoro non aperto a tutti.

Il traduttore libero si limita invece a prestare la sua opera a un lavoro più grande, il cui completamento non deve essere per forza un requisito e che può avere anche risvolti economici (es. la traduzione di Facebook); la social translation è per me una “open-translation”, in quanto si riallaccia al concetto di open-source ove lo stesso processo venga effettuato a più mani.

Sia il ruolo amatoriale che quello libero possono dimostrarsi disinteressati o meno, neo-traduttori alla ricerca di una possibilità lavorativa o semplicemente persone spinte dal desiderio di darsi da fare, quale sia il traguardo che si raggiungerà. Che la traduzione amatoriale possa divenire uno strumento per farsi conoscere, oltre che per conoscere a propria volta un ambiente lavorativo forse precedentemente non considerato adeguatamente, è qualcosa che ho visto capitare sotto ai miei occhi. Se ciò possa capitare negli stessi modi anche con la traduzione libera, soprattutto considerando il differente tipo di impegno, non saprei dirlo, ma ugualmente sarei portato a pensare che gli obiettivi in questo caso sarebbero meno pretenziosi.

La prima differenza concreta tra queste due sfere è comunque, secondo il mio parere, la passione: un traduttore amatoriale deve possederne, sia per la lingua da cui e verso cui opera, sia per l’area entro cui si pone l’originale. In caso contrario l’entusiasmo iniziale si spegnerà dopo un breve lasso di tempo, e con esso l’idea che ne è nata. Al contrario l’esito di un progetto libero non dipende strettamente dall’abbandono di coloro che volontariamente lo hanno condotto sino a un punto, in quanto nuova linfa si può unire in qualsiasi momento senza bisogno di una gestione continuativa.

Probabilmente non sarebbe una pessima idea disegnare una sorta di “manifesto” della traduzione amatoriale, con alcuni punti chiari ed esplicativi che in poche parole sappiano trasmettere anche a chi non conoscesse questo ambiente da vicino come esso è composto. Determinare i contorni dell’oscurità contenuta nell’ombra del traduttore in una volta sola non è compito semplice, ma forse su una parte di essa può essere fatta maggior chiarezza, e naturalmente il mio pensiero non può che andare a quella parte che più mi è cara.

4 risposte

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    Al riguardo segnalo l’ultima parte del mio commento di ieri all’ultimo post di Marcella Bongiovanni.

    Luigi Muzii - Ottobre 24, 2008 alle ore 10:53
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    Io però continuo ad avere l’impressione che una parte di questo sottostrato “non ufficiale” non sia compreso appieno. Forse è una sensazione errata (è possibile), ma perdura. E’ anche molto probabile che la mia visione sia decisamente deviata dal mio coinvolgimento, ma vivo una realtà che mi pare nessuno abbia voluto sinora comunicare a dovere, forse perché ci si è sempre ritenuti talmente inesperti da non volersi far notare, forse perché non è mai importato…

    Di gratuito e autentico qualcosa esiste ancora: cosa c’è di più sincero di un padre di famiglia che traduce un’opera affinché i suoi figli possano goderne?

    Marco/Cav - Ottobre 24, 2008 alle ore 11:24
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    In uno dei primi post tracciai una storia sommaria della traduzione. Ai tempi dei romani, la traduzione era vista come esercizio intellettuale, necessario per leggere e comprendere i fisolofi greci, ma mentre erano in tanti a saper far di conto, pochi erano quelli che sapevano leggere (e scrivere) per godere di questa attività.
    L’età moderna post illuminista deve alla traduzione dei classici e delle opere degli intellettuali francesi, inglesi, tedeschi e italiani, e alla loro diffusione, la trasmissione di conoscenze restate fino ad allora privilegio di pochi, anche tra colori, i nobili, per esempio, tra i soli a potersi permettere di acquisirle.
    Fino all’esplosione dei commerci internazionali successiva alla Seconda guerra mondiale, la traduzione non era attività remunerata e del tutto accessoria. Quella letteraria era ancora condotta a fini di studio da studiosi che erano compensati modestamente percependo diversamente il loro reddito.
    Il famigerato rapporto ALPAC poneva, tra le premesse, la totale (auto)sufficienza di risorse; quarantadue anni dopo le cose sono radicalmente cambiate.
    Io non traduco le canzoni a mia figlia, né i film, ma mi sforzo di aiutarla a farlo da sola. Mi sforzo (ancor di più) a tradurre le iscrizioni latine sui nostri monumenti, e mi intristico quando mi capita di essere corretto da un turista straniero, magari dell’est, come è capitato di recente a piazza della Minerva.
    Volontario e gratuito sono aggettivi che dovrebbero restare ben distinti, ciascuno in un proprio ambito. La loro continua confusione non è casuale e bisogna chiedersene il perché per comprendere le ragioni del mio scetticismo.

    Luigi Muzii - Ottobre 24, 2008 alle ore 12:56
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    Concordo appieno sulla distinzione tra volontario e gratuito, che nelle mie intenzioni si rispecchiano in parte nella suddivisione tra amatoriale e libero. Approfondirei ulteriormente ora dicendo che un’attività volontaria può essere gratuita come non esserlo, e questo di fatto non fa altro che sottolineare come in effetti questi due aggettivi identifichino concetti distanti tra di loro.

    Lo scetticismo posso capirlo, come posso capire che un genitore dovrebbe anche insegnare le lingue ai figli (ma non credo proprio che quella persona in particolare non lo facesse, anzi… la decisione di tradurre per loro non penso negasse l’altra cosa), ma se posso, dal mio piccolo, vorrei riuscire a mostrare ciò che c’è nell’ombra; forse è poca cosa, forse no… conosco chi ha iniziato qui nell’ombra e poi è uscito alla luce, chi ancora vi si muove ma con capacità che non ho visto nemmeno in gente che lavora in questo campo.

    Forse sono eccezioni, di certo la norma sarà ben altra, ma i discorsi sulla social translation (iniziati ben prima degli ultimi post e riconsiderati solo ora) mi hanno spinto a riflettere sulla questione. Il poter portare a lei, Luigi, e ad altre persone quella parte di ombra in cui ancora in parte mi trovo mi rende felice, perché seppur discutibile è ancora numerosa (e purtroppo, sebbene poco visibile, in alcuni casi sfruttata).

    Ci sono ampi margini di crescita… ma è difficile percorrerli (non che ci si lamenti, la gavetta non l’ho mai negata e sono fermamente convinto che la si debba fare tutti e che sia importante per crescere).

    Marco/Cav - Ottobre 24, 2008 alle ore 14:46

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