La chiave del successo
In questi giorni si è fatto un gran parlare del prestare la propria opera gratuitamente, e di come questo possa costituire un danno a terzi. La questione è tutt’altro che scontata, e ha molti risvolti su cui è giusto riflettere un po’ prima di esprimere un giudizio (ammesso e non concesso che si possa farlo a ragion veduta).
Il tema della svalutazione del lavoro professionale, a vantaggio del basso costo, c’è ed è sensibile; inutile negarlo. Il committente, in quanto tale, ha un interesse naturale a mantenere basso il costo dell’opera e quindi cercherà sempre di risparmiare ove potrà. Questa è una banale regola di mercato che si applica a ogni realtà, persino al singolo acquirente che si accinge a far la spesa settimana dopo settimana.
Ciò che deve creare differenza tra il professionista, affermato e conscio delle sue capacità, e l’amatore, appassionato che desidera solo dar voce e forma a un suo desiderio, deve essere il differente approccio, ovvero proprio quella capacità di affrontare il mondo lavorativo (con tutte le conseguenze del caso) con serietà e impegno. Ciò non significa che l’amatore non può essere tecnicamente bravo quanto il professionista (anche se certamente il bagaglio di conoscenze di quest’ultimo sarà sempre significativo), ma che è proprio la metodologia che si deve differenziare. E’ per questo motivo che il Game Italian Translation ha separato la sua sfera amatoriale da quella ufficiale, coltivando entrambi al tempo stesso.
Il mondo delle traduzioni (perlomeno quello italico) è stantio e poco aperto alle novità; è una cosa che sto imparando lentamente e con mio grande sconforto. Il mondo software, al contrario, sta riuscendo nella sua impresa di distinguere l’opera gratuita da quella professionistica, permettendo a entrambi di convivere. L’open-source (o meglio ancora il free software) non nega affatto lo sviluppo di software privato e a pagamento. L’industria informatica è infatti stata in grado, peraltro in un arco di tempo brevissimo, di ritagliare uno spazio sensibile per entrambi gli approcci, pur essendo questi in contrasto netto tra loro.
Sarò sincero su come la penso, anche se andrò contro opinioni più esperte della mia: la social translation per me non è un male, non necessariamente. Forse anzi è ora che qualcosa cambi sensibilmente la realtà odierna, tanto più che se a farlo non sarà la social translation, lo sarà la machine quando sarà sufficientemente matura (e che un futuro, sebbene remoto, lo potrebbe essere non ho molti dubbi, considerando l’evoluzione tecnologica dell’ultimo secolo).

Non si può proibire a un appassionato di dedicare il suo tempo libero a qualcosa in cui crede (né sarebbe giusto farlo anche se si potesse); ciascuno col suo tempo può fare ciò che più gli aggrada, entro naturalmente i confini della legislazione e pertanto dei diritti altrui. Se questo davvero dovesse divenire un ostacolo per la traduzione ufficiale, allora forse ciò accadrà a causa di una scarsa capacità professionale di quest’ultima o del suo modo di porsi, la quale anche a fronte di un rischio maggiore porterà i committenti a cercare strade più convenienti.
Naturalmente nel fare queste considerazioni si devono tenere a mente anche alcune anomalie e distinzioni, quali la semplice e sola ricerca del “guadagno facile”, secondo la quale un committente pensi solamente a ridurre i costi al prezzo anche di un risultato scarso (e conscio di ciò). In questo caso la scelta del committente è certo criticabile, ma è sua e in quanto tale va rispettata; chi decidesse di risparmiare e acquistare una macchina sottocosto, usata e malconcia saprebbe ciò a cui va incontro rispetto a una vettura nuova e in ottimo stato, e i rischi nei quali potrebbe incappare.
Certo è che se, per malasorte o altro, anche l’auto nuova si dovesse presentare ricca di difetti o inaffidabile, allora la fiducia del cliente ne sarebbe compromessa e costui finirebbe presto per rivolgersi altrove, magari anche al mercato dell’usato. Al contrario, un servizio affidabile fidelizzerebbe l’acquirente stesso, il quale un futuro potrebbe anche essere disposto a spendere qualcosa in più, sapendo già però di poter far affidamento sulla sua scelta (consciamente o meno).
Chiudo con una domanda: io, azienda, perché dovrei spendere la cifra X per ottenere un risultato, quando un risultato analogo lo posso raggiungere con Y (ponendo X maggiore di Y)? Il fulcro della questione sta nella risposta a questa domanda. Una domanda che in campo informatico ha già avuto una risposta svariati anni fa e sulla quale il G.I.T. ha riflettuto molto, variando di conseguenza la sua stessa struttura.


Caro Macciò,
non ho molto da aggiungere a quanto ho già scritto altrove, e mi preme solo puntualizzare che alcuni fanno della localizzazione, della traduzione, della scrittura ecc. una professione. Quanti vi si dedicano gratuitamente nel loro tempo libero, svolgendo un’altra attività, hanno tutto il mio appoggio. Gli amatori, per definizione, non concorrono con i professionisti; almeno io non ho mai sentito il mio barbiere, ciclista amatoriale, fare programmi per iscriversi al Tour, malgrado faccia almeno 20 km in bicicletta tutte le mattine.
Su open source e free software condivido l’idea più volte espressa da Linus Torvalds: è Linux che ha fatto la fortuna della GNU GPL, non il contrario. MySQL, inoltre, è la dimostrazione che si possono anche fare prodotti commerciali partendo da basi di codice libere e aperte, variando le distribuzioni.
Alla fine, le pongo qualche altra domanda per riflettere. OpenOffice sarebbe diventato quello che è senza il supporto di Sun? La domanda vale anche per tanti altri prodotti che godono del supporto di grandi case che li usano per promuovere i solo servizi e le loro piattaforme.
Inoltre, se EA chiedesse al GIT di localizzare uno qualunque dei suoi titoli in catalogo, vi prestereste sapendo di non venir pagati?
Una piattaforma di tipo enterprise rilasciata con licenza GNU GPL fa risparmiare un bel po’ di soldini all’azienda che se ne serve e ne fa guadagnare a quella che offre assistenza, e siccome la localizzazione amplia la base di utenza, alla fine ci avranno guadagnato tutti salvo… O no?
Comprendo il suo punto di vista, e difatti il mio post non voleva porsi in antitesi ad esso. E’ più un completamento visto dal mio di punto di vista, dato che la questione è davvero complessa. Il problema della comunicazione con il committente, pur nel mio piccolo, è una cosa che ho avuto modo di percepire anche io; anzi, avendolo sperimentato proprio nel piccolo, ho potuto raffrontarmi anche con la difficoltà derivante dal non essere conosciuto.
Le persone che lavorano come traduttori ufficiali per il G.I.T. sono traduttori di esperienza che collaborano con noi… ma far capire al di fuori che i servizi offerti non sono di basso livello, ma buon livello (non parlo per me, ovviamente, ma appunto per quei traduttori, di mestiere, di cui sopra) è spesso difficile. Il committente vuole naturalmente risparmiare, è il mercato che funziona così, ma questo va in contrasto con l’impiego di persone capaci che naturalmente desiderano ricevere un compenso adeguato per le loro capacità e i loro servizi. L’alternativa la conosciamo bene… far tradurre gente inesperta che si accontenti di poco… ma sappiamo altrettanto bene cosa ciò significhi.
Il fatto che altri si “svendano” svaluta ovviamente anche il nostro impegno, perché il ragionamento del committente diventa ovvio: se posso pagare la metà, perché pagare il doppio? Ci sarebbe allora da chiedersi perché qualcuno sia disposto a lavorare per la metà, ma servirebbe davvero a risolvere il problema? Meglio dilungarsi a spiegare perché una minor spesa non significhi necessariamente un maggior guadagno e cercare di offrire sempre il meglio, perché poi il committente (pur magari brontolando) tornerà (non sempre, ma tornerà quando avrà bisogno).
Son pienamente (e lei sa bene anche il perché) d’accordo a non unire in un calderone amatoriale e ufficiale: o l’uno, o l’altro. Ma farle convivere… questo sì. OpenOffice sarebbe ciò che è oggi senza Sun? Forse no, ma è appunto questo che dimostra come le due cose possano esistere al tempo stesso e aiutarsi pur essendo l’una agli antipodi dell’altra. E’ così impossibile immaginare un futuro dove la social translation possa convivere anche con la traduzione professionistica? In fondo che Facebook decida di rivolersi alla prima non è così strano… costi bassi, testi semplici da tradurre (che dunque non richiedono conoscenze specifiche) e un risultato che può essere più che accettabile. Quale azienda non vorrebbe la stessa cosa? Al tempo stesso credo sia improbabile che si affidi la traduzione di un romanzo a una social translation.
Forse, ma lo dico da inesperto, si dovrebbe non negare l’occasione della social translation, ma anzi farsela amica e sfruttarla, così come Sun ha sfruttato OpenOffice per il suo StarOffice e così come OpenOffice ha sfruttato Sun per proseguire sulla sua strada.
P.S. Alla domanda sulla EA la risposta è senza dubbio un no. Se vogliamo lavorare amatorialmente lo facciamo alle nostre condizioni e senza comandi al di fuori di quelli che vengono da noi stessi. Farci sfruttare è qualcosa a cui non teniamo più da parecchio tempo…
Ahi! Attento a non scivolare nell’ovvio. Un romanzo non è più difficile da tradurre di un manuale, di un prodotto software, di un videogioco, di un film.
Di sbagliato, nella localizzazione di Facebook, c’è il fatto che Facebook macina miliardi e i proprietari lucrano sulla passione degli iscritti dopo essersi pure impossessati dei dati personali.
In ventisei anni non mi è ancora capitato di vedere nessuno felice di spendere per una traduzione, anche quando questa gli permette cose cui altrimenti dovrebbe rinunciare; quelli che nemmeno tolgono il cellophan ai manuali sono ancora tanti, troppi. Parimenti, a sviluppare il kernel di Linux non è rimasto nemmeno Torvalds, a conferma che il “social” non è durevole. La maggior parte dei programmatori che conosco, una volta stabilizzatisi, dell’open source si sono dimenticati.
I localizzatori passati dai progetti open source fanno per lo più altro, al contrario di quelli che fanno altro e traducono per sfizio.
Non c’è giudizio in questo, solo osservazione dei fatti.
Non era mia intenzione dire che il romanzo è più difficile da tradurre di un manuale o quant’altro sopra elencato, ma certamente lo è più dell’interfaccia di Facebook. La social translation va bene appunto per contenuti simili, mentre è secondo me inadeguata per altri ambiti.
La decisione di Facebook è normale. Perché spendere di più? Per ottenere risultati migliori? Siamo davvero sicuri che questo avrebbe avuto un peso sul successo del portale o che effettivamente l’esito sarebbe stato migliore? Secondo me non ci si può lamentare con Facebook per aver fatto una scelta ovvia, e di sfruttamento non si può parlare perché comunque la gente si è offerta volontaria (per qualsivoglia motivo).
Su Linux a quanto so continuano a lavorare moltissime persone, e difatti è un mondo che è in costante evoluzione (non penso avrà mai quel successo che aspira ormai ad avere da oltre 10 anni senza successo, ma in fondo non è quello lo scopo). Certo, il software commerciale ha tempi inferiori e dunque una maggior velocità di sviluppo, ma non negherei una certa importanza dell’open-source e del free software in campo informatico… anzi.
P.S. Linus Torvalds dovrebbe essere ancora membro attivo dalla Linux Foundation, se non erro.
Linus Torvalds è ancora membro attivo dalla Linux Foundation (in realtà ne è un dipendente, stando a Wikipedia), ma non si occupa più direttamente dello sviluppo del kernel, “limitandosi” a coordinarlo.
L’open source non è mai andato oltre una nicchia più piccola di quella occupata dal Mac perché l’idea che ne è stata data è stata di contrapposizione ideologica. Gli stessi colossi dell’informatica aziendale (IBM, Sum, HP ecc.) hanno scelto di separare le cose. Una maggior penetrazione di Linux e dell’OSS potrebbe essere, a breve, favorita dal successo dei netbook. Io ci spero, ma il mio Knoppix, ormai, esce dalla custodia sempre più di rado…
[…] have a look at the following posts (in chronological order), they’re really worth it! Il Barbaro Mara’s reply DiarioTraduttore […]
Caro Macciò,non ho molto da aggiungere a quanto ho già scritto altrove, e mi preme solo puntualizzare che alcuni fanno della localizzazione, della traduzione, della scrittura ecc. una professione. Quanti vi si dedicano gratuitamente nel loro tempo libero, svolgendo un’altra attività, hanno tutto il mio appoggio. Gli amatori, per definizione, non concorrono con i professionisti; almeno io non ho mai sentito il mio barbiere, ciclista amatoriale, fare programmi per iscriversi al Tour, malgrado faccia almeno 20 km in bicicletta tutte le mattine.Su open source e free software condivido l’idea più volte espressa da Linus Torvalds: è Linux che ha fatto la fortuna della GNU GPL, non il contrario. MySQL, inoltre, è la dimostrazione che si possono anche fare prodotti commerciali partendo da basi di codice libere e aperte, variando le distribuzioni.Alla fine, le pongo qualche altra domanda per riflettere. OpenOffice sarebbe diventato quello che è senza il supporto di Sun? La domanda vale anche per tanti altri prodotti che godono del supporto di grandi case che li usano per promuovere i solo servizi e le loro piattaforme.Inoltre, se EA chiedesse al GIT di localizzare uno qualunque dei suoi titoli in catalogo, vi prestereste sapendo di non venir pagati?Una piattaforma di tipo enterprise rilasciata con licenza GNU GPL fa risparmiare un bel po’ di soldini all’azienda che se ne serve e ne fa guadagnare a quella che offre assistenza, e siccome la localizzazione amplia la base di utenza, alla fine ci avranno guadagnato tutti salvo… O no?
+1