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La nota del traduttore

Wikipedia è una risorsa difficilmente catalogabile. Spesso si ritiene essere una vera e propria enciclopedia, ma a fronte di tantissime informazioni complete e degne davvero di una “Treccani”, ce ne sono altre che sono invece di natura più discutibile. In sé il progetto non può che dirsi ampiamente riuscito (anche in virtù del successo che continua ad avere e dell’importanza che si è guadagnata nei confronti degli utenti), ma evidenzia le sue principali lacune soprattutto nelle versioni localizzate per i singoli paesi, le cui pagine confrontate con le corrispettive inglesi (e dunque più “internazionali”) mostrano il fianco ad alcune interpretazioni personali o semplicemente a informazioni leggermente meno dettagliate.

La scheda sulla intraducibilità, ove mi è caduto l’occhio proprio per caso, riporta una frase che mi ha colpito:

Una nota del traduttore, talvolta abbreviata in NDT o N.D.T., è una nota (di norma a piè di pagina o a fine testo) che il traduttore aggiunge per fornire informazioni sui limiti della traduzione, sulla cultura del testo di partenza, o altre informazioni che considera utili.
Tali note sono a volte permesse, e a volte perfino richieste, nelle prove di traduzione. Tuttavia, il ricorso a note è di norma visto come un’ammissione di fallimento da parecchi traduttori professionisti. - Intraducibilità, Wikipedia

Non avevo mai pensato alla “nota del traduttore” come a un’ammissione di fallimento, e il senso che questa parola porta con sé conduce la mia mente a immagini inadatte al contesto. Come più volte ho accennato qui sul Diario, e come esplicano ampiamente le citazioni presenti in cima, la traduzione è un processo che inevitabilmente consiste in una trasformazione, passaggio nel quale alcune proprietà linguistiche possono venire a modificarsi o addirittura a perdersi rispetto all’originale. Ciò però non è (spesso) dovuto a un errore del traduttore, quanto a limiti invalicabili i quali necessitano di una ulteriore spiegazione al fine di chiarire il contesto entro cui egli ha operato.

La nota del traduttore

Tutto ciò lo rapporto a un esempio preciso che mi è capitato di incontrare giusto stamani leggendo il romanzo “L’accademia dei sogni”, di William Gibson: una frase appartenente a un dialogo, apparentemente normalissima, ha necessitato di un commento del traduttore, il quale ha dovuto illustrare come anche nel contesto originale tale frase appariva in lingua italiana, invece che inglese. All’interno della versione dedicata al nostro paese, tale particolare senza una debita annotazione sarebbe rimasta totalmente celata agli occhi di un lettore, modificando il senso e anche l’effetto stesso della scena messa in atto da Gibson. L’estraneità della frase in questione serve infatti a scatenare lo stupore della protagonista che si trova momentaneamente inerme.

In un caso simile il traduttore si è trovato davanti all’impossibilità di trasmettere il senso originale senza apparire in prima persona davanti al lettore, violando così quella sorta di “invisibilità” che di solito lo attornia. L’alternativa sarebbe stata far pronunciare quella frase in una lingua straniera all’italiano, ma la cura in questo caso sarebbe stata certamente peggiore del malanno, in quanto avrebbe stravolto l’intenzione originale dello scrittore. La via di mezzo, dunque, pare non solo sensata, ma anche l’unica percorribile seppur parzialmente a danno del climax.

Parlare dunque di “ammissione di fallimento” non mi pare del tutto corretto. Tutto ciò non è infatti dovuto al traduttore, quanto alla lingua stessa e al concetto di traduzione, la quale ha dei limiti spesso invalicabili anche per la persona più esperta. Intendendo la questione in tal senso, l’ammissione di fallimento dovrebbe essere effettuata dalla linguistica. Al traduttore, invece, non resterebbe altro che prenderne atto e dunque cercare di porvi rimedio ponendo sé stesso sulla scena come se si fosse un cicerone e guidando gli spettatori verso il fulcro dell’opera da lui rappresentata.

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