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Un fumetto di lavoro

Questo post resterà privato per molto tempo… se non altro finché non cambierò lavoro e allora potrò renderlo di pubblico dominio senza temere “scomode letture” (non è il solo, ce ne sono altri due che nelle settimane passate hanno subito lo stesso destino). Perché scrivere un post che nessuno può leggere? Innanzitutto perché un giorno sarà comunque possibile leggerlo, in secondo luogo perché contiene un mio sfogo personale che mi sento di voler fare. Anche in caso nessuno leggesse mai questo post fa niente. Il suo scopo è un altro.Fatta questa (per me doverosa) premessa… la realtà informatica italiana è davvero quanto di più disarmante esista. Ogni giorno che si va ad aggiungere alla mia esperienza lavorativa mi mostra sempre più un mondo sostanzialmente privo di capacità, spento e basato sul “quieto vivere” che io chiamo “io speriamo che me la cavo (e se poi arriva il cazziatone me ne frego, tanto ci sono abituato)“. Ecco, abituarsi ai cosiddetti “cazziatoni” è quanto di peggio si possa fare: significa letteralmente non avere più interesse a lavorare bene, a migliorarsi o a fare bene le cose, perché tanto si verrà comunque redarguiti (il che spesso, sebbene non sempre, non è vero).

Un fumetto di lavoro

Ancora peggio è volersi intestardire sul certe metodologie senza nemmeno aver voglia di usarle davvero. Il tutto ha solo una parola: agile! La realtà è che oggi in Italia la parola “agile” legata all’ambito programmativo è molto gettonata e di carattere, e la si usa sin troppo a sproposito e con grandi danni. Anche chi non ne è capace, cerca di improvvisarsi master, generando però risultati dannosi sia per il team, che per il lavoro stesso che risulta lento e (peggio, molto peggio) mal fatto. “Test-driven”, altro esempio, ha un significato ben preciso, e se si decide di usare tale approccio lo si deve fare bene. Farlo, ma “oggi sì, domani no, dopodomani forse” significa in realtà creare degli ibridi che non solo non portano in nessuna direzione causa confusione generale, ma che producono anche risultati assolutamente inutili ed evitabili.Di esempi ce ne sarebbero molti da fare, troppi! Il problema è legato soprattutto a una classe di project manager e master che non hanno conoscenze, che cercano di raffazzonare qualcosa qui e là su internet e che desiderano a tutti i costi inseguire nomi famosi e prestigiosi, senza però averli compresi (ma vuoi mettere… dire che si lavora in “agile” è prestigioso). E’ un problema di persone, non di tecnologia. Un problema che su un posto di lavoro non si può risolvere, se non cercando a propria volta di “gestire” il proprio capo, esattamente come Dilbert insegna nelle sua vignette. Niente di più, niente di meno. Tutto ciò visto dal vivo ha però una componente negativa che non si percepisce alla stessa maniera di un fumetto.

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