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Questione di esperienza

I forum di videogiochi sono un luogo strano da frequentare. Io stesso ho fatto parte per svariati anni di una delle maggiori realtà italiane in materia (salvo essermene volontariamente allontanato in tempi recenti) e ho avuto modo, anche grazie al ruolo di moderatore, di osservare comportamenti molto variegati tra loro che mi hanno portato a una conclusione abbastanza netta: il giocatore “tipo” manca di obiettività. Come anche la stampa che a sua volta ne tratta.

Non parlo comunque dei singoli individui, dove come in ogni campo esiste chi cerca di analizzare gli eventi con più o meno arguzia, quanto di quella visione d’insieme che tale scenario offre a uno spettatore esterno. Una visione che è ancora piuttosto sconsolante sono certi punti di vista. Nonostante infatti l’era dei “nerd”, tipica degli anni 80 o inizi anni 90, si sia ampiamente conclusa grazie alla sempre maggiore espansione del media videoludico e dell’informatica in sé (rendendosi di fatto accessibile a tutti, o quasi), vengono ancora attuate distinzioni di stampo “classistico”.

Da un lato il cosiddetto “hardcore-gamer”, colui che sente di avere sulle spalle una considerevole esperienza e quindi di essere allo stesso tempo la persona più adatta a valutare il mercato, dall’altra il “casual-gamer”, colui che viene visto con un certo disprezzo latente da parte del primo a causa della sua scarsa preparazione in materia di videogiochi. Anche all’interno di queste distinzioni, comunque, le stesse parole evidenziano come entrambi questi insiemi siano appunto tutti… giocatori!

La cosa strana è che questo parametro di suddivisione degli acquirenti non viene applicata in modo tanto netto anche in altri media. Non esiste una linea di demarcazione univoca (o quasi) tra “hardcore-reader” e “casual-reader” (per fare un esempio letterario), ma esistono semmai molte più catalogazioni che studiano e cercano di schematizzare i lettori per fasce di età, temi e generi preferiti, ecc… Lo stesso per la musica, il cinema e molto altro, ma non per i videogiochi dove invece tutto si limita a due soli macro-insiemi.

Questione di esperienza

Certo questo non si applica al marketing in senso stretto, il quale affronta il mercato in maniera molto più analitica e approfondita, ma se si osserva la realtà degli stessi utenti sui forum, o persino delle dichiarazioni da parte di distributori, publisher e la stampa stessa, molto spesso questi due insiemi vengono davvero usati come punto di riferimento. Ecco così che Ubisoft dichiara di volersi concentrare sui casual-game su Nintendo Wii, Nintendo che invece dice che non si dimenticherà degli hardcore-game. E via dicendo.

E nel mezzo? Nel mezzo c’è chi cerca di far capire che non tutto è o bianco o nero, ma che esistono diverse forme di grigio, che sarebbe forse ora di non dividere il mercato dei videogiochi in due tronconi, ma di capirlo e pensarlo in maniera più… cosciente! L’idea, banalissima probabilmente alla base seppur tanto quanto un “uovo di Colombo”, è appunto quella di non parlare solo di utenti inesperti o esperti, ma di utenti che al di là della loro esperienza sappiano comunque effettuare una scelta “consapevole” all’atto del loro acquisto. Condizione questa che la si può raggiungere tramite un sapiente uso della stampa (e per uso intendo non tanto quello che ne fanno i lettori, quanto chi su quella stampa ci scrive) e una maggior presa di coscienza da parte dei videogiocatori stessi.

Forse, infatti, l’unico limite che frena la crescita di questo media è la consapevolezza, prima ancora che l’esperienza di chi ne usufruisce.

4 risposte

  1. Gravatar

    Lieto che tu abbia citato la mia teoria e che la trovi utile. Mi ha fatto piacere.

    Ciao,
    Marco

    Metalmark - Giugno 27, 2008 alle ore 14:35
  2. Gravatar

    Ciao Marco,

    leggo da un po’ Game Pro ed è lì che ho letto la tua interessante “teoria” (ammesso che così la si possa chiamare) del “conscious-gamer”, e devo dire che sin da subito mi ha colpito perché esprime anche solo in una parola (anzi, soprattutto, data la sua forza espressiva) quello che da tempo era il mio pensiero e che in parte ho espresso anche qui e qui parlando delle intenzioni di Nintendo in questa generazione. La consapevolezza può essere uno strumento molto più potente della sola esperienza in quanto giocatore (l’aver insomma finito tutti i giochi a livello iper-mega-ultra-super-difficile, piuttosto che infima-bassissima-schiappa e cose simili).
    A tal proposito ho giusto letto ieri un utente su un forum dire che secondo lui l’avere salvataggi rapidi nei videogiochi non fa altro che rovinare questo media solo perché così consentirebbe anche agli utenti meno “navigati” di farcela… ed è proprio a causa di quel post che mi è venuto in mente, anche in questo mio piccolo spazio, di sottolineare il tuo concetto del conscious-gamer!
    Grazie dunque a te! :)

    P.S. Ecco il link alla discussione sopra citata.

    Marco/Cav - Giugno 27, 2008 alle ore 14:55
  3. Gravatar

    Ciao Marco/Cav,
    proprio così, queste distinzioni sono comunque utilizzate principalmente per orientare il mercato. Dopodiché vengono utilizzate nei forum, e i videogiocatori di vecchia data amano spesso definirsi “hardcore gamers”, nonostante il fatto che per il mercato l’harcore gamer sia in realtà il giocatore che compra molti videogiochi in un dato arco di tempo.
    Eppure forse questa differenza esiste, ed esiste per un motivo importante: il cosiddetto hardcore gamer segue l’informazione specializzata, il casual gamer no.
    La stampa specializzata e quella generalista offrono delle visioni completamente divergenti del videogioco; io ritengo che l’unico modo di appianarle in modo maturo sia quello di divulgare con ogni mezzo la storia del videogioco.

    Mario Morandi - Giugno 29, 2008 alle ore 17:52
  4. Gravatar

    Ciao Mario,

    non so se la distinzione tra hardcore e casual attuata nella maggioranza dei casi sia o meno a un livello leggermente differente. Penso ad esempio a una realtà familiare a mio stretto contatto, la quale vede una persona sì informarsi, ma in maniera sporadica (un po’ come uno potrebbe interessarsi di pittura o cinema o altro ancora senza esserne un esperto a tutto campo) e la vede comprare giochi effettuando delle scelte comunque consapevoli, ma senza saperne tutto sulla produzione, dalla gestazione alla vendita. Ciò che non rende “hardcore” questa persona, secondo alcuni, sarebbe il fatto che raramente finisce un gioco, che imposta il livello di difficoltà minimo perché non vuole stancarsi, ma solo divertirsi, perché non è informato sulle uscite e finisce anche per comprare titoli vecchi che semplicemente non sapeva prima nemmeno esistere, ecc…
    Le sue scelte, nell’apparente “ignoranza” (nel senso di ignorare), sono comunque coscienti e motivate da una scelta effettuate comunque su una base d’informazione che per quanto ad uso generalistico esiste (non mi riferisco a una stampa generalistica in sé, ma all’uso che in questo caso viene fatto di quella pur specialistica).

    E’ per questo che sono rimasto un po’… stupito (questo non è il termine giusto, comunque) dalla discussione linkata nel mio precedente commento, ove addirittura il semplice usufruire di meccanismi atti a semplificare l’esperienza di gioco rendono il tutto “casual” e dunque di un livello che appare quasi addirittura inferiore.

    Ad ogni modo, distinzione casual-hardcore a parte, sono assolutamente d’accordo con te sul fatto che la stampa, generalistica o meno, dovrebbe affrontare il tema videoludico con maggior maturità (e su questo Metalmark ha scritto e detto abbastanza nell’intervista su Ars Ludica)

    Marco/Cav - Giugno 29, 2008 alle ore 18:43

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