Carta e pellicola
Recentemente ho terminato di leggere tre libri molto differenti tra loro, sebbene tutti e tre rivelatesi molto intriganti e particolari. Ciò che li accomuna, inaspettatamente dato che trattano temi molto differenti tra loro, è l’aver dato i natali ad altrettanti film che hanno saputo attirare su di loro l’attenzione sia del pubblico, sia della critica.
Il primo è “Non è un paese per vecchi“, scritto da uno scrittore statunitense, Cormac McCarthy, non particolarmente famoso ma legato a una terra tanto cara a due registi Hollywoodiani, i fratelli Joel ed Ethan Coen. Le aride terre del Texas, dell’Arizona e del Messico sono infatti protagoniste di una storia piuttosto anomala, senza quel solito finale a cui siamo solitamente abituati (evito di dire alcunché a tal proposito per evitare scoperte “noiose” a chi per caso capitasse qui e non l’avesse ancora letto/visto) e con personaggi non ben delineati, tranne per il ruolo di “cattivo”. Non c’è dunque un vero confronto buoni contro malvagi, non c’è scontro tra bene e male, ma la semplice storia di una persona che per fortuna (o sfortuna) incrocia la sua strada con quella di un killer professionista, pagato per ucciderlo. Ciò che stupisce, che colpisce, nel libro non è tanto la storia, quanto il modo in cui essa viene sviluppata, quasi si trattasse per davvero di una sceneggiatura e non appunto di un romanzo. I dialoghi sono diretti come appunto battute di un attore, la narrazione guidata da uno degli stessi personaggi che ricopre la funzione di “voce fuori campo”, gli eventi sviluppati con rapidità quasi a esser basati su cambi repentini di inquadrature cinematografiche. Che i fratelli Coen abbiano deciso di trasporlo su pellicola non sorprende più di tanto.
Il secondo è “Nelle terre estreme“, scritto da Jon Krakauer, giornalista ed esperto conoscitore della montagna e di condizioni si sopravvivenza quasi al limite dell’umana sopportazione. Non poteva che essere una persona simile a raccontare la contorta storia di Christopher McCandless, un giovane studente universitario americano che decise di allontanarsi completamente dalla propria casa per vivere a stretto contatto con la natura, per scoprire quest’ultima e riscoprire sé stesso. Definire “romanzo” questo libro è riduttivo, in quanto si tratta appunto di una storia vera e non di fantasia. Il film, diretto da Sean Penn con la collaborazione di Krakauer, riprende quanto narrato nel libro, cercando di porlo su pellicola. A differenza di quanto accaduto ai Coen, Penn si è trovato davanti a un’opera non facile da “tradurre” a causa della lunga trattazione degli eventi del giovane McCandless, i quali hanno richiesto repentini cambi di narrazione nel tentativo di raccontare con una certa coerenza almeno le basi di questa vicenda, rispettando quello che forse è il primo limite del cinema: la durata. Due ore sono infatti assai scarse per trasmettere agli spettatori chi era questo ragazzo, cosa lo spinse a intraprendere quel viaggio e il perché di un tale epilogo. Ciò nonostante il lavoro fatto è encomiabile per i paesaggi e le musiche che li accompagnano, con una fotografia tra le migliori che io abbia mai visto.
L’ultimo, infine, è “Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street“, romanzo del 1800 dalle difficili origini, le quali si perdono nel tempo. Pare che il primo scrittore a scrivere di questo fantomatico personaggio londinese fu Thomas Peckett Prest, ma forse vi sono origini ancor precedenti. Ovunque ne affondi le origini, la storia di questo oscuro barbiere di Fleet Street (famosa via del quartiere noto come “The Temple”), nel romanzo pubblicato nella linea Biblioteca Economica Newton ha davvero tutti i tratti di una narrazione di altri tempi, con lo stesso scrittore che appare nel testo come osservatore esterno per giudicare i personaggi e le loro fortune/sfortune, tecnica letteraria che oggi viene usata piuttosto raramente. I tempi verbali passano dunque dal presente (dell’autore) al passato remoto (dei personaggi), con dialoghi dai toni prettamente ottocenteschi. Trattandosi di una vicenda che ha visto più narrazioni nel tempo, sono stati vari i film che vi sono stati tratti, solo l’ultimo dei quali a opera dell’estroverso regista Tim Burton. Non avendo ancora terminato la lettura di questa storia, e preferendo sempre visionare le pellicole dopo averne letto la forma cartacea, non ho avuto ancora modo di farmi un’idea sull’opera di Burton e quindi non mi esprimo oltre a proposito.
In tutti questi casi, comunque, devo ringraziare il media cinematografico per avermi fatto scoprire opere letterarie di cui prima non ero a conoscenza, rinnovando e accrescendo l’interesse che nutro verso entrambe queste forme espressive, le quali ogni tanto si incontrano dando vita a connubi come questi.

