L’ombra del traduttore

Ieri, in uno sporadico momento di relax, sono incappato in una discussione su un forum circa le lingue nei videogiochi, sulla loro importanza, e sull’uso che ne viene fatto. Lo spunto iniziale è derivato da un post dove si esponeva il problema della comunicazione della lingua dei giochi: come fare a capire se un titolo viene distribuito in multilingua, lasciando libertà all’acquirente di scegliere, nel caso potesse, se usufruire della traduzione o della lingua originale? Perché non viene fornita una chiara indicazione, magari in forma univoca come avviene per il PEGI, sulla presenza di un eventuale doppiaggio?

Il problema linguistico in Italia è ancora poco percepito, anche e soprattutto dalla stampa specializzata che spesso relega a una noticina il fatto che un gioco sia stato o meno tradotto. Ancor più raramente poi l’attenzione dei media si concentra su questo aspetto, su chi sono i traduttori, cosa fanno, come operano e in quale realtà. Il discorso poi ovviamente non riguarda solo la carta stampata, ma in generale l’industria del videogioco e la concezione della localizzazione vista come una necessità per vendere meglio nei vari paesi, ma non come uno degli aspetti principali su cui concentrarsi.

C’è però da dire, e questo vale soprattutto per i videogiochi, che la traduzione non è uno dei punti fondamentali: anche un prodotto “traballante” come Oblivion (mi riferisco sempre all’aspetto linguistico, in questo caso italiano) ottiene successo perché ciò che conta maggiormente è il contenuto ludico, ma è pur vero che in una situazione simile l’esperienza ne risulta in qualche modo danneggiata. Andrebbe attribuito il giusto valore: né fondamentale, né secondario, ma una giusta via di mezzo che riconosca peraltro il valore di un buon lavoro da quello mediocre.

Tutto questo si riflette, secondo me, nella scarsità di informazioni circa la distribuzione multilingua o meno. Semplicemente è visto come un’informazione che non è necessario comunicare in quanto ciò che è (attualmente) importante si riduce a una semplice domanda: è tradotto? Sì? No? Eventualmente (ma non sempre): è doppiato? Sì? No? Sarebbe necessario invece, e forse non solo a livello ludico ma anche in ambiti, dare maggiore evidenza al ruolo del traduttore riconoscendone il ruolo e dando di conseguenza maggior evidenza alla questione linguistica.

Finché l’intervento del traduttore resterà qualcosa che c’è, ma che in qualche modo non si vede, non solo si eviterà di riflettere su come e perché ci giungono lavori di qualità altalenante (quando in realtà abbiamo ottimi traduttori in Italia), ma peggio ancora non si sarà in grado di riconoscere e attribuire merito a quelle localizzazioni degne di nota, che si verranno così a perdere in mezzo al “mucchio”. Il tutto ha a sua volta la conseguenza di dare vita a un’impressione generale di inadeguatezza che di fatto non è rappresentativa della realtà.

L'ombra del traduttore

A complicare ulteriormente la situazione vi è poi una percezione (purtroppo, secondo me) piuttosto diffusa tra i videogiocatori che vede le lingue straniere, quella inglese soprattutto, avere una capacità comunicativa superiore all’italiano, rendendo scialba e priva di significato ogni traduzione, per quanto buona possa essere. Nella discussione da dove è nato lo spunto per questo post, un utente ha fatto due esempi esaustivi: tradurre “guardian” in “guardiano” trasforma la parola passando da un forte significato in uno banale e inconsistente, che ai suoi occhi richiama il “metronotte”, e “fellowship” da una compagnia di eroi diventa un gruppo di “saltimbanchi”. Una tale visione è un po’ limitata, e non solo perché deturpa il significato dei termini sopracitati (che non significano “metronotte” e “saltimbanchi”), ma soprattutto è frutto di una sensazione di maggior esoticità che si ottiene tramite l’uso di termini stranieri.

A proposito di inglesismi, francesismi, ecc… penso tornerò nei prossimi giorni in maniera più approfondita, ma ciò che mi preme ora dire è che in termini assoluti non li ritengo affatto come un aspetto negativo di una localizzazione. L’uso di termini stranieri è in alcuni casi consigliata, soprattutto in ambiti scientifici ove una traduzione forzata verrebbe non solo a perdere di significato, ma risulterebbe anche poco comprensibile in caso di termini diffusi. “Computer” e “mouse” sono ad esempio di uso comune anche nel nostro paese e ormai vanno utilizzati come sono, invece di essere tradotti in improbabili “calcolatori” (che richiamerebbero a strumenti anche di diverso tipo) o addirittura “topi” (che certamente farebbero pensare ad altro).

Le cause che portano a una scarsa qualità (oltre che quantità) di informazione all’atto dell’acquisto di un videogioco sono pertanto varie, e in larga parte derivano da una concezione che affonda le sue radici nella storia e che vede i traduttori come una figura a latere che…

[…] sono simili a zelanti mediatori che esaltano i pregi di una bella donna mezzo velata: fanno nascere l’impulso irresistibile di conoscere l’originale. - Johann Wolfgang Goethe

Non si spari dunque sul traduttore, ma si cerchi di capire chi è, come lavora e si dia persino visibilità al suo lavoro, perché alla fine tutto quello che leggiamo di opere straniere è sì stato scritto da qualcuno, ma ci è anche stato permesso di comprenderlo meglio grazie all’intervento di qualcun altro. Qualcuno che al momento si muove, ancora troppo, nell’ombra.

4 risposte

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    Sul prestito di mouse esiste una vasta anedottica, che vede in testa i timori dei dirigenti di IBM Italia, preoccupati dall’idea che le segretarie, cui sarebbe stato tipicamente destinato il PC, si sarebbero rifiutate di prendere in mano un topo. Francesi, spagnoli e tedeschi non si sono fatti lo stesso problema.
    Sul prestito invito alla lettura di “La rivoluzione delle lingue” di David Crystal e, in particolare, le pagine 106 e 107.
    Infine, temo che nell’ambito dell’industria videoludica italiana, l’aspetto linguistico sia ancora più minoritario che in altre. Bastino a confermarlo le “idee” espresse nel corso della conferenza stampa di presentazione del libro di Marc Prensky “Mamma non rompere, sto imparando!” (http://tv.multiplayer.it/1809/marc-prensky-a-roma-conferenza-stampa-mamma-non-rompere).
    Saluti

    Luigi Muzii - Febbraio 8th, 2008 at 19:47
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    Nell’incontro avvenuto in occasione della presentazione del libro di Marc Prensky, stando a quanto ho visto nel filmato perché purtroppo non vi ho assistito, il discorso si è concentrato su altri aspetti tralasciando il problema linguistico, che comunque è in effetti secondario nei videogiochi… o perlomeno nella maggioranza di essi. Sicuramente quanto ho scritto sopra non si applica (ad esempio) a giochi di guida, sportivi o altri generi dove in effetti scritte e dialoghi sono totalmente secondari, ma tipicamente a quei generi più ricchi di dialoghi, come ad esempio i giochi di ruolo (Oblivion, Neverwinter Nights, Mass Effect, Fable, ecc…) generi che ancora possiedono una quantità molto rilevante di testi dove una cattiva traduzione può davvero minare in parte l’esperienza di gioco. Nel caso di Oblivion è secondo me significativo il fatto che alcuni giocatori si siano rimessi a ritradurlo di loro mano.

    Per quanto riguarda infine il libro, ammetto ora di essere incuriosito, anche perché ho trovato questa descrizione cercando su Google:


    Circa un miliardo e 400 milioni di persone si servono oggi dell’inglese per comunicare nelle più disparate situazioni: quotidiane, ufficiali, professionali o scientifiche. Quali sono le ragioni di questa nuova egemonia linguistica di proporzioni incomparabili rispetto a quella esercitata da altre lingue “imperiali” nella storia? E di quale inglese si tratta? Di quello parlato a Oxford o di una nuova lingua meticcia? Parallelamente a questa avanzata dell’inglese si assiste alla diminuzione, se non addirittura alla scomparsa, di numerosi idiomi minoritari: delle 6.000 lingue che si parlano nel mondo, circa la metà potrebbe essere a rischio di estinzione nel corso di questo secolo, con grave impoverimento della diversità linguistico-culturale del nostro pianeta. Ma che si tratti di inglese, di italiano o di lettone, un terzo fenomeno sta introducendo radicali novità nel nostro modo di esprimerci e di comunicare. L’avvento di Internet infatti ha consentito un uso libero e creativo del linguaggio scritto, sovvertendone le tradizionali regole, coniando bizzarri neologismi e inventando un’originale forma grafica per le nostre emozioni. A questa rivoluzione linguistica senza precedenti, densa di significati sociali, economici e politici, al destino delle lingue del mondo nel terzo millennio, è dedicato il libro.

    Aggiungerò anche questo libro alla (ormai lunga :D) lista personale su cui documentarmi meglio.

    Marco/Cav - Febbraio 10th, 2008 at 13:42
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    […] di Half Life 2. Hanno rovinato in parte un capolavoro. Ce ne sarebbero da aprire di thread… Diario di un traduttore ? Archivio blog ? L’ombra del traduttore –> [News G.I.T.] 17.01.08 - Cinque anni di passione […]

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    […] di parlare di traduzioni cos?, per "mi hanno detto" o "ho sentito dire". Diario di un traduttore ? Archivio blog ? L’ombra del traduttore –> [News G.I.T.] 17.01.08 - Cinque anni di passione […]

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