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Manière de bien traduire d’une langue en aultre

Nel 16° secolo, Étienne Dolet, uno dei personaggi di spicco della scena francese che maggiormente sosteneva la tesi della traduzione libera, definì nel suo trattato “Manière de bien traduire d’une langue en aultre” cinque regole fondamentali per una buona traduzione:

  1. comprendere il senso e l’argomento dell’opera originale
  2. conoscere la lingua in cui essa è stata prodotta e quella verso cui si traduce
  3. non effettuare una traduzione letterale
  4. evitare l’uso di terminologie appartenenti ad altre lingue che non fossero quella di destinazione
  5. utilizzare uno stile non troppo pomposo e rispettoso dell’originale

Manière de bien traduire d’une langue en aultre

Quello che oggi appare come un elenco di voci piuttosto scontate, era in realtà in quel periodo storico qualcosa di nuovo, sia per il modo in cui erano stati riassunti i punti principali dell’operato di un traduttore, sia per l’opposizione alla corrente di pensiero che vedeva le traduzioni come un mezzo che doveva addolcire e migliorare l’opera originale, eventualmente edulcorando forti espressioni linguistiche o eliminando del tutto forme volgari poco adatte alle lingue “colte” (come erano considerati il francese e il latino).

Dolet poneva invece in chiaro che l’opera tradotta doveva rispettare l’originale su ogni sfera, cognitiva o lessicale che fosse. Doveva restare pertanto invariato il senso e l’argomento, mantenendo anche lo stile, che doveva essere “rispettoso dell’originale”. Le conoscenze che erano richieste al traduttore riguardavano principalmente le seguenti aree:

  • significato dell’argomento trattato
  • lingua d’origine
  • lingua di destinazione

Dolet non si limitò però a definire i requisiti pratici del ruolo del traduttore, ma ne illustrò anche la posizione e l’atteggiamento che non doveva eccedere di protagonismo (trasformando o modificando), dando così visibilità allo scrittore originario, il tutto senza però attenersi solo al teso senza averlo compreso, pena una traduzione letterale poco significativa, seppur fedele. Questi requisiti sono validi oggi come lo erano nel 16° secolo.
Quale conoscenza deve avere un traduttore della lingua dalla quale, o verso la quale, traduce? Un documento pubblicato dall’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti, a cui ho già fatto riferimento in passato sul mio Diario, dal titolo Guida all’acquisto dei servizi di traduzione, pone una questione molto precisa:

Scrivere e parlare sono due cose diverse. La padronanza della lingua parlata non garantisce uno stile di scrittura altrettanto apprezzabile.

Ma è vero che si può avere un livello di conoscenza diversa di una lingua dal parlato allo scritto? Certamente sì, e da questo punto di vista l’appunto è molto preciso e si applica anche alla realtà intra-nazionale (un individuo può essere un ottimo oratore, ma possedere scarse capacità letterarie). Questo però non implica che un traduttore di questo tipo non sia in grado di affrontare una traduzione, e difatti subito dopo l’AITI specifica meglio il concetto.

Anche se utilizzate comunemente il francese, l’inglese o lo spagnolo per lavoro e trascorrete lunghi periodi all’estero, nel 99% dei casi le frasi che cercherete di mettere per iscritto suoneranno subito “straniere”. E’ un problema? Può non esserlo quando […] desiderate che il vostro testo abbia un gusto “esotico”.

In realtà quindi la scelta dovrebbe dipendere da quello che si vuole sia il “tono” (o appunto il “gusto”) dell’opera finale. Un traduttore più esperto nella lingua parlata probabilmente avrà una spiccata tendenza a conoscere modi di dire gergali e i suoi lavori saranno probabilmente più adatti ai dialoghi, che alle narrazioni.
L’AITI comunque non si ferma qui, e successivamente descrive la situazione inversa:

Insegnare una lingua straniera è un’attività impegnativa che richiede un insieme di competenze specifiche, che tuttavia raramente coincidono con quelle necessarie per eseguire traduzioni scorrevoli e stilisticamente adeguate.

L’esempio dell’insegnante è agli antipodi rispetto a quello precedente: dove infatti il primo era esperto nel gergo vocale, il secondo è grande conoscitore della forma e della grammatica. Una traduzione però che rispetti eccessivamente le regole grammaticali può essere sì fedele all’originale, ma probabilmente risulterebbe anche essere impersonale e poco coinvolgente in contesti simili a quelli dei videogiochi.
Infine, la guida AITI pone un’ultima questione: il buon traduttore opera sempre verso la propria lingua madre, salvo rarissime eccezioni.

D’accordo, le eccezioni esistono, ma non sono mai molte. […] Se la traduzione è effettivamente accurata e scorrevole e se il traduttore garantisce la stessa qualità anche per il vostro testo, vale la pena di provare.

Sinceramente, è difficile contraddire quanto sopra: pur conoscendo l’inglese, non mi sentirei davvero a mio agio a effettuare una traduzione verso l’inglese. O meglio, lo farei, ma su contesti un po’ più “complessi” non potrei probabilmente raggiungere lo stesso livello di un traduttore inglese.

Riassumendo quanto sopra, chi è quindi un bravo traduttore? E’ chiaro che non esiste una figura univoca che racchiude questa “professione” (virgolette d’obbligo, visto che non solo di professione si deve parlare), ma che al contrario ne esistono molte che si adattano a seconda delle circostanze. Ovviamente non si può sempre suddividere un lavoro tra tante persone diverse, soprattutto se si parla di traduzioni amatoriali. In generale penso comunque che un traduttore del primo tipo (ovvero quello che non ha una conoscenza perfetta della grammatica, ma se la cava con la lingua parlata) sia quello più indicato e diffuso per quanto concerne l’ambito del G.I.T., dove i testi parlati e le forme gergali sono sicuramente più all’ordine del giorno e più adeguate al contesto, rispetto a un rigido rispetto della forma.

5 risposte

  1. Gravatar

    Ahimè, del testo citato non è autore nessun socio AITI. Si tratta di una guida redatta in Gran Bretagna diverso tempo fa che riprende posizioni talvolta anche superate e proietta un’immagine decisamente romantica e illusoria.

    Saluti

    Luigi Muzii - Febbraio 5, 2008 alle ore 19:15
  2. Gravatar

    Salve Luigi,

    è un piacere rileggere un suo commento, per me importante. Non ero al corrente che quelle frasi risalissero a un testo precedente a quello proposto da AITI, ma credo che la riflessione che ho fatto sia estranea da questo.
    Quel che mi ha interessato, in realtà un po’ di tempo fa anche se solo oggi ho concretizzato questi pensieri qui sul mio blog, sono i concetti lì espressi: la differenziazione di tipi di approcci alla traduzione, da quello didattico/formale a quello “volgare” e dialettale, la necessità di distinguo tra lingua parlata e scritta, e infine l’indicazione di una preferenza nella scelta di un traduttore che operi verso la propria lingua nativa, piuttosto che verso altre, seppur ampiamente conosciute.
    Se ciò delinei un’immagine romantica del traduttore non saprei dirlo, seppur sia effettivamente molto probabile, ma tutto sommato credo che vi possa essere più di un fondamento, ad esempio nello stretto legame che separa traduzione da interpretariato e le conoscenze da questi ambiti richieste. Anche queste in fondo possono divenire linee guida utili ad aiutare il traduttore nel suo compito, se scelto per un compito a lui più indicato.
    Naturalmente queste sono comunque solo elucubrazioni “da blog”… la traduzione reale non sempre si sofferma su questi particolari e spesso è caratterizzata da confini molto meno demarcati.

    Marco/Cav - Febbraio 5, 2008 alle ore 21:50
  3. Gravatar

    Dai tempi di Dolet si è andati avanti, e di parecchio, forse anche sconfinando, magari qualche volta di troppo, in osservazioni cervellotiche; tra le più cervellotiche quelle che hanno portato alla formulazione della Uebersetzungwissenschaft.

    Io consiglio sempre di rileggere Cicerone e il De optimo genere interpretandi di Gerolamo. Poi, magari, anche Leonardo Bruni e, perché no, Mounin (già citato), Ortega y Gasset e tanti altri, anche quelli probabilmente “inutili”, tra cui un altro paio di italiani.

    So che è in preparazione, per averlo sentito dalla stessa autrice, la seconda edizione dell’opera di Federica Scarpa sulla traduzione specializzata e sono facilmente reperibili in rete le pubblicazioni di Julianne House cui vale la pena dare un’occhiata.

    Tutto questo, però, se si preferisce anteporre la lettura di settore alla traduzione…

    A proposito, l’originale dell’opuscolo citato si trova sul sito dell’ITI (http://www.iti.org.uk/pdfs/trans/GIR_english.pdf).

    Luigi Muzii - Febbraio 6, 2008 alle ore 7:54
  4. Gravatar

    Anteporre la lettura alla traduzione personalmente penso che sarebbe un errore. Di sola teoria non si può vivere certamente, e dedicandosi principalmente ad essa non può che portare a una visione davvero troppo romantica e poco concreta. Forse, però, è pur vero che la mia visione affonda non poco nel romanticismo… anche perché sulla traduzione professionale ho certamente ancora molto da imparare.

    Diciamo comunque che a fianco di problemi più materiali e concreti non mi dispiace abbandonarmi di tanto in tanto anche a qualche riflessione di questa natura, o a letture sulla materia (a tal proposito penso che mi informerò sulla nuova edizione dell’opera di Federica Scarpa dal lei segnalatami). E’ un po’ il mio modo per recuperare una base che ai tempi della fondazione del G.I.T. certamente mi mancava e che ormai mi pare doveroso cercare di comprendere un po’ più a fondo.

    Per quanto riguarda il documento pubblicato da AITI, ho in effetti notato ieri sera (cosa che stranamente mi era sfuggita sinora) che si tratta della traduzione di “Translation getting it right” scritto da Chris Durban per l’Institute of Translation & Interpreting (ITI).
    Ad ogni modo questo documento mi è servito allo scopo di trarne alcune riflessioni, degli spunti da cui poi cercare di raggiungere delle considerazioni personali… in effetti non credo nemmeno io di ritenerlo come un punto di riferimento.

    Marco/Cav - Febbraio 6, 2008 alle ore 9:21
  5. Gravatar

    TUTTO BENE,SONO A LAVORO!stasera hai gli allenamenti.

    MARIA ROSA - Aprile 18, 2008 alle ore 15:36

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