Esperanto digitale
Nella mia attività di traduttore ho sempre diffidato degli strumenti automatici, meri tentativi di sostituire l’uomo in un’attività che non può (ancora?) essere ricondotta a meccanismi prevedibili a priori. Le complessità lessicali e grammaticali che ciascuna lingua possiede nel proprio bagaglio culturale sono infatti tali da non permettere un approccio alla traduzione univoco e chiaro a priori, bensì deve essere calibrato sul contesto e sul “colore” di ciascuna opera presa in esame. Questo principio è particolarmente evidente nei tanti dibattiti e contrasti che nel corso degli anni si sono tenuti su questo argomento: “mot à mot” e “libre” erano forse le due correnti di pensiero più evidentemente in contrasto tra loro, ma certamente non sono state le uniche che hanno visto dibattere i traduttori circa la valenza di una traduzione letterale (la prima), o fondata sul rapporto senso/testo (la seconda).
Senza comunque tornare eccessivamente con la mente ai tempi che furono, anche ai giorni nostri, quando ormai possediamo teorie più o meno affermate che sono in grado di fornire una visione piuttosto avanzata (nonché “emancipata” rispetto anche solo a inizio ventesimo secolo) del problema, se due autori traducessero uno stesso testo è molto probabile che si verrebbero a evidenziare differenze tra i due lavori tali da non renderli davvero uguali, a dimostrazione di come nemmeno l’intelligenza umana è in grado di giungere a una soluzione unica e valida per tutti i contesti. Come può pertanto ovviarvi uno strumento meccanico? Come può esso capire il senso di un testo, attenendosene in fase di traduzione? Come può cercare di mantenere lo stesso “spirito” di un’opera, rendendo inviolati quelli che ne erano i principi base che l’autore originale aveva voluto trasmettere ai suoi spettatori?

Menti matematiche di vario mondo stanno cercando di fornire da anni una risposta a queste domande, senza però ancora riuscirvi davvero. Sicuramente, peraltro, non siamo ancora in procinto di poter attribuir loro una soluzione. Esistono però molti tipi diversi di traduzione, e sebbene siamo tecnologicamente ancora molto distanti da casi complessi come quelli sopra citati, forse l’evoluzione tecnologica ci sta avvicinando ad altri ambiti, ovvero la traduzione di testi scientifici o di testi informativi. In una parola, stiamo parlando di traduzione scolastica, dove non è importante mantenere alcun “colore” o metrica, ma semplicemente trasmettere un concetto da una lingua a un’altra.
Nello specifico, ciò che mi ha colpito è questa notizia pubblicata su Punto Informatico, dove si parla di un traduttore automatico, sviluppato dal Politecnico di Madrid per conto del ministero della Cultura spagnolo, che pare dovrebbe essere in grado di tradurre qualunque lingua in spagnolo, e viceversa, con una precisione dell’88% (stima che fatico a capire su cosa possa essere basata, se non specificando un ambito traduttivo, come appunto può essere quello scolastico). Il funzionamento di questo strumento si basa su un meccanismo noto come Universal Word che, secondo quanto riportato nella news sopra indicata, è costituito da…
… un metodo complesso, in grado di illustrare l’autentico significato di una parola. Descrivendo il vocabolo attraverso una serie di attributi e di limitazioni in un linguaggio semantico molto simile a XML, è possibile restringere la sua definizione sino a renderla univoca.
Pur ammettendo possibile una simile teoria, che personalmente non posso esimermi dal reputare eccessivamente ottimista, non si capisce quale ne sia l’obiettivo ultimo, se comporre un dizionario comparativo al pari dei tanti che già esistono, o se espandere questo concetto a una vera e propria traduzione automatizzata ove non sia richiesto intervento umano. Un ulteriore dubbio nasce poi dal fatto che il database dell’Universal Word si baserebbe sull’inglese, passaggio obbligato di ogni traduzione anche ove la lingua d’oltremanica non fosse coinvolta direttamente (es. dallo spagnolo al russo), introducendo così un passaggio linguistico aggiuntivo che non può che aumentare il margine d’errore.

Nell’attesa di poter vedere quale sarà il risultato finale del lavoro condotto dal Politecnico di Madrid, possiamo comunque rivolgerci ad altre realtà più o meno simili che hanno tentato (o stanno ancora tentando) di risolvere tale questione. Una di esse è l’UNL, Universal Networking Language, il cui progetto è stato avviato nel 1996 dall’Institute of Advanced Studies of United Nations University e continua ancor oggi in seguito a una fusione che ha portato alla nascita della Fondazione UNDL (Universal Networkind Digital Language), nel 2001. Lo scopo dell’UNL è quello di sostituire i linguaggi tradizionali con una nuova forma espressiva che possa essere compresa anche dai computer, elaborata e quindi tradotta in ogni altro linguaggio. Ciò che si propone è quindi molto differente dal caso spagnolo: UNL non vuole infatti fornire un mezzo per tradurre un testo, ma chiede che si elabori direttamente quest’ultimo su di esso, di modo che poi esso sappia come trasformarlo in altre forme espressive (una sorta di traslitterazione, seppur molto alla lontana). Per farla breve, si può dire che UNL altro non è che l’esperanto dell’informatica.
A monte di tutto quanto scritto sopra, vi è un’ultima domanda che mi piacerebbe porre (e pormi): riuscirà mai la ricerca a portare soluzioni matematiche al problema linguistico? Il traduttore, in quanto figura umana, è destinato a diventare obsoleto? La storia ci ha insegnato che è impossibile predire con certezza dove arriverà il progresso e l’evoluzione tecnologica. Quel che però sappiamo è che non siamo ancora in procinto di ottenere nulla di paragonabile.

