Traduzioni nella storia
Spesso quando si affronta una riflessione su un ambito particolare ci si domanda da dove esso abbia avuto origine; comprendendo l’aspetto storico, si possono infatti capire i motivi e le necessità che hanno portato alla nascita e successivamente allo sviluppo di una tecnologia, di una scienza, di un’usanza. Non sempre però tale compito è semplice.
Determinare il principio delle traduzioni è un’opera pressoché improponibile: la comunicazione è infatti un bisogno primario dell’uomo sin dalle sue primissime origini, sia che si trattasse di disegni rupestri sulle pareti delle grotte, sia che si trattasse di forme più evolute basate sul dialogo. Tali forme espressive nell’arco dei millenni non si sono sviluppate sempre in maniera uniforme grazie a comuni influenze linguistiche, quali ad esempio il latino o il greco, portando alla realtà odierna ove lingue variegate compongono la nostra società.
Se è però difficile determinare un’origine per il “semplice” trasporre un contenuto logico da una forma espressiva a un’altra, è possibile delineare un inizio per quanto concerne le traduzioni di scritti e libri. Secondo infatti diverse fonti autorevoli, il movimento traduttivo “nacque” nel periodo rinascimentale, in Francia, ove si ebbe traccia di una prima massiccia opera di localizzazione al fine di portare all’interno della nazione opere concepite in altri linguaggi, in particolare inglese. Il termine “nacque” non è virgolettato a sproposito: se infatti si dovesse cercare una vera nascita, allora si dovrebbe guardare a tempi molto antecedenti, anche addirittura negli anni Ante Domine, a esempio ai tempi di Cicerone. Se tuttavia si cerca una vera origine della traduzione “organizzata”, intesa come attività ordinaria per permettere una maggior divulgazione di scritti, allora non ci si può che rifare al periodo rinascimentale.
Se l’inizio si delinea quindi pressapoco in questo periodo, lo sviluppo e la crescita viene invece attribuita all’inizio del ventesimo secolo, quando l’impatto tra i diversi popoli iniziò a diventare sempre più preponderante.
I primi movimenti, così delineati nel corso dei millenni, non mostravano linee di pensiero comuni, ma si preoccupavano ugualmente di cercare di attribuire un significato alla loro opera. Ugo Foscolo commentò così il suo tentativo di tradurre in italiano l’opera di Omero:
Ottima fra le traduzioni quella che ecciterà le stesse passioni nell’anima, e le stesse immagini alla fantasia con lo stesso effetto dell’originale. - Ugo Foscolo
Ciò che Foscolo espresse così chiaramente è che una traduzione per poter essere ottima non deve essere “solo” grammaticalmente corretta, ma deve esprimere quello che è il cuore (o l’anima, se così si vuol dire) del testo originale, con tutte le sue passioni, sentimenti, riflessioni e immagini che essa è in grado di trasmettere. Il dubbio che però lo attanagliò in ogni passo effettuato sugli scritti di Omero era come raggiungere questa perfezione, perché una formula universale era chiaro che non esisteva.
Il punto di vista di Foscolo non rimase unico, anche se altri noti personaggi della letteratura commentarono differentemente. Johann Wolfgang Goethe negli stessi anni scrisse questa frase:
I traduttori sono simili a zelanti mediatori che esaltano i pregi di una bella donna mezzo velata: fanno nascere l’impulso irresistibile di conoscere l’originale. - Johann Wolfgang Goethe
Questa frase, apparentemente un giudizio sulla figura del traduttore, cela al suo interno un giudizio sulla traduzione stessa come risultato di un passaggio che non può sostituirsi all’opera originale, ma che anzi invoglia un attento lettore a scoprire le doti di quest’ultima. La mediazione posta dal traduttore non è quindi altro che un’esaltazione dei contenuti, i quali vanno poi scoperti in un secondo momento.
Sebbene questi anni non vedano un unico pensiero, è comunque possibile delineare due correnti che hanno diviso i narratori negli anni: “mot à mot”, per una traduzione letterale, e “libre”, per una traduzione libera. La prima teoria pone al centro del suo essere l’invisibilità: il vero protagonista è solo il testo originale, e quindi il traduttore non deve in alcun modo introdurre nulla nel passaggio linguistico, ma deve limitarsi (quasi meccanicamente) al suo compito. Al contrario, il secondo movimento pone l’attenzione sul contenuto, piuttosto che sul contenitore. L’importante è infatti trasmettere il messaggio dell’opera e non le sue parole. Foscolo apparteneva certamente a quest’ultima corrente.
Il periodo tra diciassettesimo e diciannovesimo secolo fu caratterizzato da un continuo avvicendarsi, con autorevoli esponenti da entrambe le parti. In tempi più recenti (nel 1990) Amparo Hurtado Albir definì così il movimento “mot à mot” nel suo libro “La notion de fidélité en traduction”:
Traduction qui est centrée sur la langue du texte, et non sur le sens, et qui traduit donc, mot à mot ou phrase par phrase la signification, la motivation, la morphologie et/ou la syntaxe du texte original. - Amparo Hurtado Albir
Lo stesso autore attribuì questa definizione, invece, al “libre”:
Traduction qui ne transmet pas le sens du texte original parce que le traducteur interprète librement le vouloir dire de l’auteur ou se permet des libertés injustifiées dans la reformulation. - Amparo Hurtado Albir
Questa empasse durò fino quasi ai giorni nostri, quando, nei primi anni ‘80, si impose una nuova teoria basata sul “senso” (Marianne Lederer e Danica Seleskovitch ne furono le “madri” fondatrici). Sebbene apparentemente identico al “libre”, questo nuovo movimento non si fonda su parole come “testo” e “contenuto”, ma piuttosto sul “significato”, spostando ulteriormente l’attenzione del traduttore.
Il vento del ventesimo secolo, con le sue guerre e la sua realtà diametralmente opposta a quella dei grandi narratori del Rinascimento, portò con sé anche altri cambiamenti, ma soprattutto un ulteriore riconoscimento alla materia in essere. Nel secondo dopoguerra nasce così la visione di una vera e propria “scienza linguistica”, portata avanti soprattutto da autori quali Valery Larbaud, Roman Jakobson, John Catford e soprattutto Georges Mounin, i cui scritti sono ancora oggi di riferimento a chiunque desideri approcciare questo mondo.
Le teorie nel tempo si sono evolute sino a giungere ai giorni nostri, ove disponiamo non solo di ampi discernimenti su questa materia, ma ove sono state definite delle vere e proprie norme qualitative, quale a esempio la UNI EN 15038 (di cui ho parlato qui).


Dato il gran numero di articoli al riguardo, forse è il caso che cominci a prendere sul serio l’argomento “traduzione”. Benché ne abbia fatto parte per anni, non credo che sia utile cominciare dall’AITI. Posso proporre, vista l’estrazione, di cominciare dal sito del Gruppo L10N e seguire, magari, i collegamenti che vi troverà.
Ad maiora
Gentile Luigi, ti ringrazio per la tua segnalazione: il sito del gruppo L10N sembra infatti davvero piena di spunti interessanti e sarei davvero lieto di approfondire anche questa strada.
Non sono comunque del tutto nuovo all’argomento delle traduzioni, e seppur non possa vantare anni alle spalle in questo campo, l’esperienza maturata sinora mi è stata molto preziosa e mi ha sempre spinto a prendere estremamente sul serio l’argomento traduzione.
Questo stesso post è solo la punta dell’iceberg (un po’ come tutto il blog) a dimostrazione di quanto esso sia per me importante.
Grazie ancora per il suggerimento e un cordiale saluto,
Affascinata da quanto magnificamente scrivi, non posso far altro che tradurre il tuo testo in lingua francese per farlo fruire a più persone e per arricchirle con le tue considerazioni.
Salve Elisabetta, ti sono davvero grato per il complimento di cui sopra (nella speranza di poterlo sempre meritare) e nel caso in cui tu abbia sottomano qualche traduzione a riguardo dell’argomento sappi che sarei lieto di pubblicarle anche qui.
Tutto ciò che riguarda l’ambito traduttivo mi interessa infatti ancor oggi più che mai, sebbene la mia vita abbia intrapreso strade piuttosto differenti.
E poi uno po’ di francese non mi spiacerebbe rileggerlo… è trascorso assai tempo dall’ultima volta che l’ho parlato, ma soprattutto scritto, in maniera fluente.