Picnic sul ciglio della strada

Comprendere a fondo certi videogiochi non è facile. Quella che una volta era un’industria priva di eccessive complicazioni, e soprattutto fondata sul divertimento puro e semplice, oggi è qualcosa di talmente tanto matura e articolata che non è raro veder trattati temi più complessi. E’ il caso di S.T.A.L.K.E.R.: Shadow of Chernobyl, di cui ho già avuto modo di parlare in questo post, gioco apparentemente nella norma, ma in realtà appartenente a una categoria quasi a sé stante… e non solo per il gameplay.

La scoperta di quanto esso fosse profondo la devo a un libro che da poco ho terminato di leggere, scritto dai due fratelli Strugatzki, narratori di libri di fantasia molto conosciuti in territorio russo. Picnic sul ciglio della strada (questo è il titolo) si ispira ampiamente alle leggende circolate negli anni intorno alla “zona”, ovvero l’area devastata che circonda la centrale di Chernobyl, un’area che ancora oggi è pericoloso attraversare e che presenta molte particolarità che alimentano la fantasia di scrittori e non. Il romando di Arkadi e Boris è però ambientato in un mondo diverso dal nostro, un mondo dove alcuni fantomatici alieni hanno fatto visita al nostro pianeta lasciando dietro di loro alcune “zone” piene di segni e di anomalie che gli uomini bramano di conoscere. Una sorta di Chernobyl con però molti elementi di pura fantasia.
Queste anomalie si manifestano in varie forme, sia come reperti asportabili, sia come effetti “atmosferici” che causano distorsioni pericolosissime per l’uomo, vere e proprie trappole che fungono da monito a chiunque decida di addentrarsi in questi territori. Ma chi può osare tanto, e perché?

Gli stalker del libro sono persone che si intrufolano in una zona in particolare, alla ricerca di reperti da poter vendere sul mercato nero. Sono individui che rischiano quotidianamente la loro vita (molti di essi muoiono a causa di questa loro scelta) alla ricerca di una ricchezza senza limiti. Proprio come alcuni personaggi del videogioco di cui parlavo sopra.

Sono infatti molte le analogie tra il libro e il gioco, e solo ora che ho chiare quest’ultime riesco a capire maggiormente cosa si cela dietro a tutto ciò. Il mio approccio a S.T.A.L.K.E.R.: Shadow of Chernobyl è infatti stato quanto di più errato ci sarebbe potuto essere. Cercavo un gioco che rappresentasse nella maniera più realistica possibile l’area che circonda l’ex centrale ucraina, e al ritrovo di tutto quel contorno di fantasia ero rimasto contrariato. Ciò che allora non capivo era da dove derivasse questa immagine di territori post-nucleari unita a elementi da fantascienza. Quello che insomma non sapevo era a cosa si erano ispirati gli autori del gioco.

Ora che ho letto Picnic sul ciglio della strada sono invece in grado di avere una visione più dettagliata. Riesco infatti a comprendere meglio l’aspetto fantascientifico che si cela nelle atmosfere del videogioco, il perché di scelte relative a nomi, luoghi ed effetti. Il legame è talmente forte che pare che autori di romando e gioco siano le stesse identiche persone, con la stessa identica visione di fondo e lo stesso scopo di portare lo spettatore in un ambiente fantastico e terribile al tempo stesso. Il giocatore si trova infatti, novello stalker, a dover fare attenzione a trappole più o meno evidenti, a raccogliere oggetti strani dai nomi ancor più strani, il tutto con la costante sensazione di non essere al sicuro.

Non sono molti i giochi che si possono approfondire sino a questo livello, ovvero che per essere capiti necessitano di documentarsi su fatti storici e di leggere scritti di fantascienza. Il risultato che hanno ottenuto in questo caso è davvero encomiabile, e più vado avanti, più entro nelle profondità della zona, più mi rendo conto che dietro a questo videogioco si cela molto di più di quanto inizialmente non si pensi.

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